02/03/12

Don Ivan ( Camillo...) Martini, ci fà sempre riflettere...

Domande e risposte
per il giornale diocesano “Notizie”

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Il primo elemento è l’invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è katanoein, che significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà.
Innanzi tutto vorremmo un suo parere sulla situazione del carcere a Modena. Anche qui sovraffollato, cattive condizioni di vita… è vera l’impressione che “si voglia buttar via la chiave…”?
  • La Paola Cigarini volontaria del carcere di Modena:
In questo momento il numero delle persone recluse nella casa circondariale s.Anna di Modena è condizionata da alcune ristrutturazioni urgenti nelle sezioni che hanno  reso necessario  il trasferimento in altre carceri di circa un centinaio di persone detenute. Sono rimasti poco più di 300 i detenuti di cui 30 donne.  I detenuti vivono in tre per circa venti ore della giornata in celle di 9 mq. Poco più di un’ora in un cortile circondato da alte mura di cemento  la mattina e una il pomeriggio. Da un mese per due sezioni soltanto, in base  ad una direttiva  del dipartimento amministrazione penitenziaria nazionale,  le celle rimangono aperte  per alcune ore al giorno e i detenuti possono muoversi nel corridoio. Fa molto freddo nelle celle riscaldate da vecchi termosifoni appena tiepidi. Non si possono avere coperte imbottite, né tanto meno piumini!! Molti non hanno indumenti pesanti e anche per farsi una bevanda calda servono soldi per acquistare la bomboletta del fornellino e il te o il caffè o il latte. Il dramma è comunque che per un buon numero di loro l’alternativa fuori sarebbe l’emergenza freddo!
E’ ultimato  un padiglione che dovrebbe ospitare circa 200 persone,ma non si sa quando potrà essere utilizzato: manca il personale per la sua gestione. La richiesta avanzata da più parti è che quei nuovi locali vengano utilizzati  per deflazionare l’attuale istituto  e non accettare “nuovi giunti “ che lascerebbero immutata la situazione di sovraffollamento attuale. 
Guardano alle persone recluse  pensando che è meglio “buttare la chiave”  quei cittadini, ancora troppi, o queli operatori, che pensano alla reclusione come unica risposta alla loro sicurezza dimenticando che la nostra Costituzione lascia aperta la possibilità per il reo di ravvedersi, di assumersi le proprie responsabilità verso l’atto compiuto e di comprendere come cambiare sia la scelta migliore per sé, per la propria famiglia e per la società tutta. Questo percorso, che non è né scontato, né facile, non può avvenire nelle condizioni  in cui vive oggi la persona detenuta, in una istituzione, il carcere, che ha sempre più assunto  la funzione di custodire, punire  la persona anziché aiutarla  per avvicinarsi all’uscita in un contesto diverso da quello che l’ha portato a commettere il reato.
  • Don Ivan
Ho sempre detto: che l'attività pastorale di un prete e quella del volontariato in qualsiasi carcere, si svolgono in mezzo a tre ingiustizie:
  • Una ingiustizia umana personale grave commessa:ed è il reato dei detenuti che viene punito con la reclusione in carcere
  • Una ingiustizia sociale:che è la mentalità giustizialista (più o meno latente o esasperata) e il perbenismo di facciata presente in noi "bravi, educati ed onesti cittadini". La vita dei detenuti dentro e fuori dal carcere si scontra con lo slogan: " Peggio per loro! Potevano pensarci prima. Pagano!! " e dopo aver pagato? "E chi se ne frega, pagano ancora perché non dovevano sbagliare prima!"
  • Una ingiustizia della giustizia che viene legalmente commessa ed è quel modo di agire che non rende operative quelle leggi e norme esistenti che già salvaguardano i diritti dell'uomo. Queste, infatti, vengono applicate più o meno sul "potere discrezionale delle competenti autorità" potere questo, tra l'altro, che varia da carcere a carcere, da Magistrato o Giudice all'altro per cui diventa sempre più difficile assicurare il normale e comunitario trattamento umano a chi sconta la pena.( e proprio nelle più piccole ed umane cose)
La frase di Gesù: " Ero carcerato e siete venuti a trovarmi.." ( Mt. 25) oggi come oggi, un qualsiasi  essere umano adulto in tutti i sensi (indipendentemente dall'essere credente o meno, praticante o no) riesce a capirne il vero significato di questa esortazione solo se si impegna con fatica, giorno dopo giorno, e gradualmente a mettere in pratica l'esortazione che S. Paolo scrive nella sua lettera ai Romani: " Non conformatevi alla mentalità del secolo"









2
…essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell’altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell’altro e a tutto il suo bene.
Se l’uomo non è il suo errore, come sosteneva anche don Benzi, quali attenzioni servono nell’avvicinarsi a persone che stanno pagando proprio per i loro errori?
  • Don Ivan
  • La prima attenzione è quella di usare la propria intelligenza e buon senso (doni che Dio ha dato a tutti) nel saper fare la dovuta distinzione tra la persona con la sua dignità e azione
  • La seconda attenzione è quella di ricordarsi sempre la distinzione sostanziale che c’è tra il verbo “capire” e il termine “giustificare”. Non sono sinonimi!
Il fare questi giusti “distinguo”, permette di superare la difficoltà che proviene dall’impatto emotivo, istintivo che umanamente si prova di fronte alle realtà negative, e permette inoltre di non cadere nel pericolo di “somatizzarle”!

3
L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene» (Sal 119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell’altro, desiderando che anch’egli si apra alla logica del bene;
È possibile un percorso di “correzione fraterna” con queste persone? Come non “tacere di fronte al male” ma anche mantenersi misericordiosi?
  • Don Ivan
Certo! Basta aver la voglia e quindi la buona volontà di imparare umilmente e gradualmente a coniugare con la propria vita questi  verbi: indignarsi…fremere…compatire…toccar con mano, senza tanti falsi pudori, quella che è la fragilità umana di sé stessi e degli altri. Naturalmente viverli non secondo i nostri personali ed emotivi criteri umano sociali, ma tenendo sempre davanti a noi quello che è stato lo stile di Gesù. Basta contemplare quei vari fotogrammi del suo comportamento nelle diverse situazioni per sentirsi sereni e sicuri nel coniugare questi verbi.

4
La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di «ammonire i peccatori».[…]  I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l’Eucaristia, vivono in una comunione che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l’altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza.
Cosa possono fare i cristiani, e le comunità, per vivere “da fratelli” con i carcerati, per condividere la loro situazione, davvero e senza ipocrisie?
  • Don Ivan
Tenere sempre a mente che  “il fare come cristiani” deve essere sempre l’espressione visibile, concreta di quello che si è: figli di Dio in una corporeità, intelligenza, volontà e spiritualità fragili! Per questo dobbiamo per primi sentire il bisogno per sé e per gli altri di servirci di tutti quei mezzi che Dio Padre e suo Figlio Gesù ci hanno donato.
Gli aiuti materiali sono utilissimi e devono essere sempre espressione di spirito di solidarietà e carità, ma altrettanto  è importante la preghiera! E sono tante le persone che pur non potendo visitare i detenuti o agire con strumenti visibili, ( es. malati o anziani) aiutano con la loro preghiera chi è detenuto

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