Oggi, “ userò “ Papa Francesco,
per rispondere finalmente in modo appropriato a quelli che talvolta
mi rompono i maroni dicendomi “ ma te, che sei cosi
agitato, dici di essere uno di Chiesa...”.
I casi son due: o uno è cristiano, o è
bigotto. C'è molta differenza. E per evidenziare questa differenza
esiste un film che è cattolico al 100%: PHILOMENA. Nel film
si possono notare la fede, il dramma, il “bigottismo”, la
speranza, il perdono, Nicodemo, i farisei, la Maddalena, Zaccheo, la
verità. Recensione qui:
http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=2218
Sempre rimanendo a Papa Francesco, e le
strumentalizzazioni: Egli è semplicemente missionario. Consapevole
che “il capo”, si è incarnato per i “malati”, non per chi
crede di essere sano...
Davide Boldrin
Papa
Francesco ( 3 Gennaio 2014) :
«Siate
inquieti. Non accontentatevi di programmi apostolici da laboratorio»
Papa
Francesco, nell’officiare questa mattina la messa nella ricorrenza
del Santissimo Nome di Gesù nella Chiesa del Gesù, si è rivolto a
tutti i sacerdoti dell’ordine gesuita, ricordando l’inquietudine
che muoveva Pietro Favre, primo sacerdote dell’ordine e di recente
iscritto nel catalogo dei Santi: «Noi, gesuiti vogliamo essere
insigniti del nome di Gesù, militare sotto il vessillo della sua
Croce, e questo significa: avere gli stessi sentimenti di Cristo.
Significa pensare come Lui, voler bene come Lui, vedere come Lui,
camminare come Lui. Significa fare ciò che ha fatto Lui e con i suoi
stessi sentimenti, con i sentimenti del suo Cuore». Per fare questo
occorre che essere disposti a “svuotare” il proprio cuore, ossia
«essere uomini che non devono vivere centrati su se stessi perché
il centro della Compagnia è Cristo e la sua Chiesa (…). Essere
gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal
pensiero aperto: perché pensa sempre guardando l’orizzonte che è
la gloria di Dio sempre maggiore, che ci sorprende senza sosta».
PIETRO
FAVRE. Per
questo, quindi, bisogna guardare all’inquietudine che mosse Pietro
Favre, che, come ricordò Benedetto XVI nel 2006 era «uomo modesto,
sensibile, di
profonda vita interiore e dotato del dono di stringere
rapporti di amicizia con persone di ogni genere.
Tuttavia,
era pure uno spirito inquieto, indeciso, mai soddisfatto.
Sotto
la guida di sant’Ignazio ha imparato a unire la sua sensibilità
irrequieta ma anche dolce e direi squisita, con la capacità di
prendere decisioni». Favre era un uomo di grandi desideri, capace di
riconoscere, anche quando la realtà si faceva difficile, lo spirito
vero che muove all’azione: «Ecco la domanda che dobbiamo porci:
abbiamo anche noi grandi visioni e slancio? Siamo anche noi audaci?
Il nostro sogno vola alto? Lo zelo ci divora? Oppure siamo mediocri e
ci accontentiamo delle nostre programmazioni apostoliche da
laboratorio? Ricordiamolo sempre: la forza della Chiesa non abita in
se stessa e nella sua capacità organizzativa, ma si nasconde nelle
acque profonde di Dio. E queste acque agitano i nostri desideri e i
desideri allargano il cuore. Quello di Sant’Agostino: “Pregare
per desiderare e desiderare per allargare il cuore”. Proprio nei
desideri Favre poteva discernere la voce di Dio. Senza desideri non
si va da nessuna parte ed è per questo che bisogna offrire i propri
desideri al Signore».
IL
DESIDERIO DI ANNUNCIARE IL VANGELO. Per
Favre, tutto ciò si traduceva in un desiderio profondo di «essere
dilatato in Dio», e quindi di annunciare il Vangelo a tutti, con
dolcezza e fraternità: «La sua familiarità con Dio lo portava a
capire che l’esperienza interiore e la vita apostolica vanno sempre
insieme. Scrive nel suo Memoriale che il primo movimento del cuore
deve essere quello di “desiderare ciò che è essenziale e
originario, cioè che il primo posto sia lasciato alla sollecitudine
perfetta di trovare Dio nostro Signore”. Favre prova il desiderio
di “lasciare che Cristo occupi il centro del cuore”». Il Papa ha
poi chiuso la sua omelia rilanciando il valore della testimonianza di
Pietro Favre a tutto l’ordine dei gesuiti: «Noi
siamo uomini in tensione, siamo anche uomini contraddittori e
incoerenti, peccatori, tutti. (…) Noi che siamo egoisti, vogliamo
tuttavia vivere una vita agitata da grandi desideri. Rinnoviamo
allora la nostra oblazione all’Eterno Signore dell’universo
perché con l’aiuto della sua Madre gloriosa possiamo volere,
desiderare e vivere i sentimenti di Cristo che svuotò se stesso.
Come scriveva san Pietro Favre, “non cerchiamo mai in questa vita
un nome che non si riallacci a quello di Gesù”».
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