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06/05/13

In momento storico, come quello attuale, poteva il grande Giulio, non lasciare il suo segno ? Certo che no.

Ci si pensi. Una crisi epocale, un Papa si dimette, il presidente della Repubblica viene riconfermato, un governo di larghe intese. Poteva, il grande Giulio Andreotti, un pezzo della storia del nostro paese, non lasciare il segno ? Arrivederci grande Giulio.

Davide Boldrin


GIULIO ANDREOTTI/ Farina: "preferisco obbedire", la lezione di una politico nemico dell'odio


Prevale il dolore, sulla capacità di raffigurarlo come figura storica. Perché è stato una figura storica, essendo come nessun altro persona, persona cristiana. Questo vedo ora in lui. Ho appena telefonato a casa di
Andreotti, mentre scrivo queste righe. Mi ha risposto il genero, e mi ha detto: “Sappia che il senatore le ha voluto molto bene”. Sono rimasto stupefatto. Non mi aveva mai detto qualcosa di simile. Eppure lo sapevo
molto bene: era un uomo capace di voler bene. Questa è stata l’essenza della sua personalità politica, in realtà era la cifra di tutto il suo impegno. Il suo famoso cinismo è una balla colossale. Si confondeva la sua
freddezza, il suo pudore, la sua circospezione, con l’assenza di scrupoli. Il cinismo significa rifiuto di religiosità. Rifiuto di amore, per un calcolo di vantaggio. Lui calcolava, sceglieva i tempi delle parole e
delle azioni, ma aveva ....



ALTRI LINK, in onore a GIULIO ANDREOTTI: 








GIULIO ANDREOTTI



Davide Boldrin

22/04/13

BENVENUTO PRESIDENTE GIORGIO ! Il benvenuto " alla Boldrin ".

Carissimo presidente Giorgio Napolitano, grazie. Il ringraziamento non è per la situazione, che ben tutti conoscono. Ma per vostro esempio, e la vostra testimonianza personali. Voi avreste avuto tutto l'umano diritto di godervi tanti anni in pace. Ma come un buon padre di famiglia, voi, avete ritenuto opportuno, che sarebbe stata necessaria ancora la vostra presenza, per "educare i figli grandi, ma immaturi ". Voi siete un vero uomo. Nonostante da giovane voi, siate stato un comunista ... ( mi perdoni, ma ... ).

Voi, non siete affatto vecchio. Ma saggio e responsabile.

Grazie.

Questa canzone, Presidente, la dedico a voi:

QUANDO SARO' VECCHIO ( Jovanotti )





Davide Boldrin 
( Piccola briciola della Repubblica Italiana, e ufficialmente consigliere - la surroga è un atto formale - dal 20 Aprile 2013 ... )  


24/09/11

BENEDETTO XVI IN GERMANIA : Come riconosciamo che cosa è giusto?

Illustre Signor Presidente Federale! Signor Presidente del Bundestag! Signora Cancelliere Federale! Signor Presidente del Bundesrat! Signore e Signori Deputati!
È per me un onore e una gioia parlare davanti a questa Camera alta - davanti al Parlamento della mia Patria tedesca, che si riunisce qui come rappresentanza del popolo, eletta democraticamente, per lavorare per il bene della Repubblica Federale della Germania. Vorrei ringraziare il Signor Presidente del Bundestag per il suo invito a tenere questo discorso, così come per le gentili parole di benvenuto e di apprezzamento con cui mi ha accolto. In questa ora mi rivolgo a Voi, stimati Signori e Signore - certamente anche come connazionale che si sa legato per tutta la vita alle sue origini e segue con partecipazione le vicende della Patria tedesca. Ma l’invito a tenere questo discorso è rivolto a me in quanto Papa, in quanto Vescovo di Roma, che porta la suprema responsabilità per la cristianità cattolica. Con ciò Voi riconoscete il ruolo che spetta alla Santa Sede quale partner all’interno della Comunità dei Popoli e degli Stati. In base a questa mia responsabilità internazionale vorrei proporVi alcune considerazioni sui fondamenti dello Stato liberale di diritto.
Mi si consenta di cominciare le mie riflessioni sui fondamenti del diritto con una piccola narrazione tratta dalla Sacra Scrittura. Nel Primo Libro dei Re si racconta che al giovane re Salomone, in occasione della sua intronizzazione, Dio concesse di avanzare una richiesta. Che cosa chiederà il giovane sovrano in questo momento importante? Successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici? Nulla di tutto questo egli chiede. Domanda invece: «Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male» (1Re 3,9). Con questo racconto la Bibbia vuole indicarci che cosa, in definitiva, deve essere importante per un politico. Il suo criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo che di per sé gli apre la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. «Togli il diritto - e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?» ha sentenziato una volta sant’Agostino. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto - era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente? La richiesta salomonica resta la questione decisiva davanti alla quale l’uomo politico e la politica si trovano anche oggi.
In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento. Nel terzo secolo, il grande teologo Origene ha giustificato così la resistenza dei cristiani a certi ordinamenti giuridici in vigore: «Se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro... questi senz’altro agirebbe in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il popolo della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa opinione, formasse associazioni anche contro l’ordinamento in vigore...».
In base a questa convinzione, i combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà, era ingiustizia. Ma nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente. Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. Alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, nell’abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile.
Come si riconosce ciò che è giusto? Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto. Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto - ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio. Con ciò i teologi cristiani si sono associati ad un movimento filosofico e giuridico che si era formato sin dal secolo II a. Cr. Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto «gli inviolabili e inalienabili diritti dell'uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo».
Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: «Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi... sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza...» (Rm 2,14s). Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui “coscienza” non è altro che il “cuore docile” di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere. Se con ciò fino all’epoca dell’Illuminismo, della Dichiarazione dei Diritti umani dopo la seconda guerra mondiale e fino alla formazione della nostra Legge Fondamentale la questione circa i fondamenti della legislazione sembrava chiarita, nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine. Vorrei brevemente indicare come mai si sia creata questa situazione. È fondamentale anzitutto la tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere, perché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi. La base di tale opinione è la concezione positivista, oggi quasi generalmente adottata, di natura e ragione. Se si considera la natura - con le parole di Hans Kelsen - «un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti», allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico. Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la spiegano, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista - e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica - le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso.
Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità. Lo dico proprio in vista dell’Europa, in cui vasti ambienti cercano di riconoscere solo il positivismo come cultura comune e come fondamento comune per la formazione del diritto, mentre tutte le altre convinzioni e gli altri valori della nostra cultura vengono ridotti allo stato di una sottocultura. Con ciò si pone l’Europa, di fronte alle altre culture del mondo, in una condizione di mancanza di cultura e vengono suscitate, al contempo, correnti estremiste e radicali. La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.
Ma come lo si realizza? Come troviamo l’ingresso nella vastità, nell’insieme? Come può la ragione ritrovare la sua grandezza senza scivolare nell’irrazionale? Come può la natura apparire nuovamente nella sua vera profondità, nelle sue esigenze e con le sue indicazioni? Richiamo alla memoria un processo della recente storia politica, nella speranza di non essere troppo frainteso né di suscitare troppe polemiche unilaterali. Direi che la comparsa del movimento ecologico nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta, pur non avendo forse spalancato finestre, tuttavia è stata e rimane un grido che anela all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare, perché vi si intravede troppa irrazionalità. Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è soltanto un materiale per il nostro fare, ma che la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni. È chiaro che qui non faccio propaganda per un determinato partito politico - nulla mi è più estraneo di questo. Quando nel nostro rapporto con la realtà c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo rinviati alla questione circa i fondamenti della nostra stessa cultura. Mi sia concesso di soffermarmi ancora un momento su questo punto. L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.
Torniamo ai concetti fondamentali di natura e ragione da cui eravamo partiti. Il grande teorico del positivismo giuridico, Kelsen, all’età di 84 anni - nel 1965 - abbandonò il dualismo di essere e dover essere. [Quindi ha aggiunto a braccio: «Mi consola di pensare che a 84 anni si possa ancora dire qualcosa di ragionevole» - risate e applausi dei parlamentari]. Aveva detto che le norme possono derivare solo dalla volontà. Di conseguenza, la natura potrebbe racchiudere in sé delle norme solo se una volontà avesse messo in essa queste norme. Ciò, d’altra parte, presupporrebbe un Dio creatore, la cui volontà si è inserita nella natura. «Discutere sulla verità di questa fede è una cosa assolutamente vana», egli nota a proposito. Lo è veramente? - vorrei domandare. È veramente privo di senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non presupponga una Ragione creativa, un Creator Spiritus?
A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma - dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico.
Al giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile - la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace. Grazie per la vostra attenzione.
(Dal sito di Radio Vaticana)

31/07/11

Un mito per Novigiudiforma ? Robert Benson ( ho letto " IL PADRONE DEL MONDO" 6 volte, dal 1990 ad oggi...)



Quando negli avvisi " CIELLINI " è stato indicato come " Libro del mese ", " IL PADRONE DEL MONDO ", mi è sembrato come quando vai al bar e incontri un vecchio amico, con il quale ogni volta che ti trovi e chiaccheri, tutte le volte lui arriva a dirti : " Visto che va come ti avevo detto io ?". E non vedi l'ora di reincontrarlo un'altra volta.

Riporto una piccola recensione:

" Comunicazioni istantanee in tutto il mondo. Autostrade a quattro corsie. Trasporti aerei e sotterranei. Luce solare artificiale. Eutanasia legalizzata e assistita. Un Parlamento europeo. Attentati a catena, con attentatori kamikaze. Il crollo del colosso russo. La minaccia (sventata) di una guerra mondiale con scontri tra America, Russia e Cina. Un papa di nome Giovanni dopo cinque secoli. La crisi delle religioni, sotto l'avanzare di una nuova religione universale stile New Age. Preti che lasciano il ministero. Laici consacrati che agiscono nel mondo senza divise o distintivi. La minaccia di un "Grande Fratello" destinato a governare su scala mondiale. Che c'è di strano, chiederete. Se è un libro, evidentemente descrive il mondo di oggi, con le sue realtà e le sue inquietanti ipotesi. Lo strano è che il libro è stato scritto nel 1907. Sì, avete letto bene, millenovecentosette, quando i telefoni andavano a manovella e gli aerei erano tenuti insieme con lo spago. E la prima guerra mondiale, e il comunismo in Russia, non se li sognava nessuno. Leggere oggi Il padrone del mondo di Robert Benson fa venire i brividi.
Infatti, il romanzo - opera di un inglese convertito al cattolicesimo - suscitò scandalo, e fu pubblicato con vistose censure. Come poteva un buon cattolico primo novecento (l'ottimista belle époque!) ipotizzare la fine di ogni libertà, la caduta della Chiesa, l'avvento di un anticristo dagli ingannevoli tratti "umanitari" che avrebbe portato il mondo alla catastrofe? Uomo di poca fede! Quasi lo scomunicavano. Oggi gli darebbero un premio. Il romanzo ha quattro protagonisti. Felsemburgh, il messia del male, presidente d'Europa e poi del mondo. Padre Franklin, sacerdote eroicamente fedele. Oliver Brand, uomo politico ex comunista poi fanatico seguace del "salvatore del mondo". La dolce Mabel, esaltata dal sogno di una nuova fede e di una fraternità universale, che poi, di fronte al crollo dei suoi ideali, sceglie il suicidio (assistito). Come è prevedibile, la rivoluzione "pacifica" e "umanitaria" di Felsemburghsi risolve in orrendi massacri. I cristiani, nuovi "eretici", sono bruciati, crocifissi, linciati. Gli ultimi si rifugiano a Roma, intorno al papa. E Roma viene rasa al suolo da cento aerei da guerra. Ma padre Franklin, che era in viaggio per Londra, si salva. Sarà lui il nuovo papa: Silvestro III. Intorno a lui, a Gerusalemme, rinasce la Chiesa. Una Chiesa delle catacombe, diffusa a poco a poco, segretamente, in tutto il mondo. Ma ci sarà un nuovo Giuda… La conclusione? Apocalittica.
Molti i simboli. Franklin (il parafulmine?) si chiama Percy, cioè Parsifal, l'eroe puro e folle. Felsemburgh, Giuliano: l'imperatore "apostata". E si somigliano come gemelli: trentatrè anni, volto giovanile e capelli bianchi (la fede perennemente giovane? ma anche il male?) L'infermiera che aiuta Mabel a morire è "sorella Anna", che non vede nulla alla finestra, mentre Mabel, morendo, vede forse Dio. In italiano il romanzo è stato pubblicato più volte, da Città Armoniosa (1977-79) e da Jaca Book (1987). Se avete i nervi saldi, cercatelo, in qualche biblioteca o su Internet. E' una lettura agghiacciante e, forse, non un buon augurio di inizio d'anno. O forse sì? Umanità avvisata, mezzo salvata » Elena Cristina Bolla
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Per quanto mi riguarda, quando negli Stati Uniti, fù eletto OBAMA, io scherzavo dicendo, che era lui GIULIANO FELSEMBURGH. Comunque, in vita mia, nonostante sia un Romanzo, non ho mai letto una roba così profetica.

Davide Boldrin

26/07/11

Un Mito per novigiudiforma: " IL GIUDICE RAGAZZINO " Rosario Livatino.

Non se parla mai. Eppure " Il giudice ragazzino " è stato un grande esempio di FEDE CRISTIANA.
Forse proprio per questo se ne parla poco, non era " LAICO ".

Fonte 1: http://www.innovazionepa.gov.it/lazione-del-ministro/il-centocinquantenario-dellunita-ditalia/biografie/21062011---rosario-angelo-livatino.aspx

Rosario Angelo Livatino

Rosario Angelo Livatino

Nasce a Canicattì (Agrigento) il 3 ottobre 1952. Dopo essersi laureato in Giurisprudenza all'Università di Palermo, affronta la strada dei concorsi pubblici dedicandosi contemporaneamente al conseguimento di una seconda laurea in Scienze politiche. Vince il concorso per vicedirettore presso l'Ufficio del Registro di Agrigento, dove però resta solo per pochi mesi. Dopo essersi classificato fra i primi nel concorso in magistratura, nel giugno 1978 prende infatti servizio come uditore giudiziario presso il Tribunale di Caltanissetta. Passa quindi al Tribunale di Agrigento, dove per un decennio (dalla primavera 1979 all'estate 1989) lavora come sostituto procuratore della Repubblica, diventando poi giudice a latere della speciale Sezione misure di prevenzione. Si occupa subito di criminalità comune e attraverso lo strumento della confisca dei beni riesce a colpire duramente la mafia. Generosissimo, convinto servitore delle istituzioni, si distingue ben presto per la mole e la qualità del lavoro svolto e per l'abnegazione con la quale affronta le proprie responsabilità di magistrato. Formatosi nell'Azione cattolica, svolge il suo lavoro in una logica di fede che lo porta a segnare le pagine della sua agenda personale con la sigla S.T.D. (Sub Tutela Dei). Consapevole dei rischi che sta correndo, decide spesso di rifiutare la scorta per non mettere a repentaglio la vita di altri uomini. La riservatezza resta fino alla fine un dato costante del suo carattere e del suo modo di intendere la funzione del magistrato. Tra i suoi rarissimi interventi pubblici va ricordato quello su "Il ruolo del giudice nella società che cambia", pronunciato all'assemblea dei soci del Rotary Club di Canicattì e considerato il suo testamento spirituale. In quell'occasione affronta diversi temi riguardanti il funzionamento della giustizia: chiede che i magistrati dispongano di «dettati normativi coerenti, chiari, sicuramente intelligibili», affronta il problema del magistrato-parlamentare auspicandone l'incompatibilità, sostiene con vigore la necessità per il magistrato della moralità e della trasparenza della sua condotta anche fuori dalle mura del suo ufficio. Infine esprime le sue perplessità sulla responsabilità del magistrato, affermano la tesi che «non esiste atto del giudice e più ancora del pubblico ministero che possa dirsi indolore. Nell'emettere i suoi provvedimenti non deve domandarsi se per caso dal loro contenuto non gliene possa derivare una causa per danni perché ciò potrebbe rendere inevitabile ch'egli si studiasse più che di fare un provvedimento giusto, di fare un provvedimento innocuo». Viene ucciso in un agguato mafioso la mattina del 21 settembre 1990, su un viadotto della SS 640 Caltanissetta-Agrigento mentre - senza scorta e a bordo della sua Ford Fiesta - si sta recando al lavoro presso il Tribunale di Agrigento. Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo definirà un "giudice ragazzino" proprio per evidenziare il grande impegno al quale era stato chiamato nonostante la giovane età.

Fonte 2:

Rosario Livatino, il giudice ragazzino che aveva capito come colpire la mafia




Lo hanno soprannominato il giudice ragazzino, ma lui, Rosario Livatino,originario di Canicattì in provincia di Agrigento, aveva capito che la mafia era la cancrena della nostra società e aveva capito, soprattutto, quale era il modo per sconfiggerla: attaccarne il patrimonio. Come sta succedendo adesso. Lui l’aveva capito molto tempo prima.
Rosario Livatino nasce a Canicattì il 3 ottobre del 1952 dal padre Vincenzo, laureato in legge e pensionato e dalla mamma Rosalia Corbo. Rosario consegue la laurea in giurisprudenza all’università di Palermo il 9 luglio 1975 a 22 anni col massimo dei voti e la lode. La sua è stata una conclusione di una brillantissima carriera scolastica iniziata nella scuola elementare De Amici, proseguita alla scuola media Verga e conclusa al liceo classico Ugo Foscolo di Canicattì sempre con voti e giudizi ottimi, compreso un lusinghiero dieci in matematica. Nei cuori dei suoi professori e dei suoi compagni di scuola, è ancora vivo e importante il ricordo di Rosario Livatino che era considerato da tutti il compagno ideale e l’alunno migliore che si potesse mai desiderare nel corso di una carriera scolastica.
Il 21 aprile del 1990 Livatino consegue con la lode il diploma universitario di perfezionamento in diritto regionale. Giovanissimo, entra nel mondo del lavoro vincendo il concorso per vicedirettore in prova presso la sede dell’ufficio del registro di Agrigento dove resta dal primo dicembre del 1977 al 17 luglio del 1978. Nel frattempo, però, partecipa con successo al concorso in magistratura e, dopo averlo superato, lavora a Caltanissetta come uditore giudiziario passando poi al tribunale di Agrigento dove, per dieci anni circa, dal 29 settembre del 1979 al 20 agosto del 1989, come sostituto procuratore della Repubblica, si occupa delle più delicate indagini antimafia, di criminalità comune ma anche, nel 1985, di quella che sarebbe scoppiata negli anni Novanta, come la Tangentopoli siciliana. E’ proprio Rosario Livatino, insieme ad altri colleghi, che interroga per primo un ministro dello Stato. Dal 21 agosto del 1989 al 21 settembre del 1990 Livatino presta servizio presso il tribunale di Agrigento quale giudice a latere e della speciale sezione misure di prevenzione. Dell’attività professionale di Livatino sono pieni gli archivi del periodo non solo del tribunale di Agrigento, ma anche degli altri uffici gerarchicamente superiori.
Sono rari gli interventi pubblici del giovane Rosario Livatino, così come sono poche le immagini e quasi inesistenti i video che lo ritraggono. Lui non amava i riflettori e i suoi interventi pubblici, fuori dalle aule giudiziarie, sono rappresentati da “Il ruolo del giudice in una società che cambia” del 7 aprile 1984 e “Fede e diritto” del 30 aprile 1986 (i documenti integrali sono consultabili nel libro “Il piccolo giudice. Fede e giustizia in Rosario Livatino” di Ida Abate (la sua insegnante di latino del liceo.
E’ importante, nella vita di Rosario Livatino, il suo rapporto con la fede. Lui era un cristiano di quelli veri, come se ne vedono pochi in giro. Rosario era una persona che credeva fermamente nei valori professati dal vangelo e che metteva realmente in pratica i dettami di Cristo nella sua vita. Per lui non c’era un contrasto fra la giustizia terrena e quella divina. I giudici terreni cercavano, o almeno dovevano cercare, di ristabilire con il loro operato, una sorta di giustizia umana sulla terra. A quella nei cieli ci avrebbe pensato Dio.
Decide anche di non sposarsi perché è consapevole di essere destinato ad essere assassinato dalla mafia, e non vuole che al mondo ci siano una vedova e degli orfani che debbano pagare per qualcosa che non hanno mai commesso.
Rosario Livatino muore, in un agguato mafioso la mattina del 21 settembre del 1990 sul viadotto Gasena lungo la statale 640 Agrigento Caltanissetta mentre, senza scorta (che lui stesso rifiuta per non avere sulla coscienza dei morti che sono padri e figli di famiglia) e con la sua Ford Fiesta color amaranto, si reca in tribunale. Per la sua morte vengono individuati, grazie al supertestimone Pietro Ivano Nava, i componenti del commando omicida e i mandanti che sono stati tutti condannati, in tre diversi processi nei vari gradi di giudizio, all’ergastolo con pene ridotte per i “collaboranti”. Resta ancora oscuro il “vero” contesto in cui è maturata la decisione di eliminare un giudice corretto e ininfluenzabile. Rosario Livatino è la terza vittima innocente ed illustre di Canicattì. Prima di lui, il 25 settembre del 1988, stessa sorte toccò ad Antonino Saetta, presidente della prima sezione della corte d’assise d’appello di Palermo ed al figlio Stefano, uccisi in un agguato mafioso sempre sulla statale Agrigento Caltanissetta sul viadotto Giulfo mentre rientravano da Palermo.  Oltre ai numerosi articoli pubblicati su giornali e riviste, sulla figura di Livatino sono stati pubblicati i seguenti saggi: Nando Dalla Chiesa, Il giudice ragazzino, Einaudi, Torino 1992; Ida Abate, Il piccolo giudice. Profilo di Rosario Livatino, ILA Palma, Palermo 1992 - Armando Siciliano Editore, Messina 1997; Angelo La Vecchia, Fiaba vera, Ed. Meta, Canicattì 1997; Ida Abate, Rosario Livatino. Eloquenza della morte di un piccolo giudice, Armando Siciliano, Messina 1999; Maria Di Lorenzo "Rosario Livatino. Martire della giustizia", Edizioni Paoline, Roma 2000; e Il piccolo giudice. Fede e Giustizia in Rosario Livatino, Editrice AVE, Roma 2005.  Diversi anche i film a lui dedicati come “Il giudice ragazzino”, diretto da Alessandro Di Robilant nel 1993 e tratto liberamente dal saggio omonimo di Nando Dalla Chiesa “Il giudice ragazzino”.
Il regista siciliano Salvatore Presti ha realizzato il film documentario “Luce verticale. Rosario Livatino. Il martirio” che ha vinto nell’ottobre del 2007 il premio nella sezione “Ritratti” alla decima edizione del “Religion today film festival”. L’Associazione “Tecnopolis”, editrice del mensile “Opinioni”, ha curato la pubblicazione in due distinti quaderni delle relazioni di Rosario Livatino “Il ruolo del Giudice nella società che cambia" del 7 aprile 1984 e “Fede e Diritto” del 30 aprile 1986 che si sta cercando di far distribuire tramite il Consiglio Superiore della Magistratura, il Ministero di Grazia e Giustizia o la Presidenza di Camera e Senato e della Repubblica ai neo magistrati e neo avvocati con la semplice corresponsione di un minimo contributo per copia da destinare all'autofinanziamento delle spese dell'auspicato “Processo Diocesano di Canonizzazione”. Un processo che è fortemente voluto da quando il compianto Papa Giovanni Paolo II, dopo aver incontrato in maniera privata Rosalia Corbo e Vincenzo Livatino, anziani genitori di Livatino, rimase profondamente turbato e pronunciò il famoso anatema contro la mafia ad Agrigento il 9 maggio del 1993 il cui testo riportiamo integralmente:
“Che sia concordia!
Dio ha detto una volta: non uccidere!
Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione… mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio!
Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civilta contraria, civiltà della morte!
Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto,
di questo Cristo che è vita, via, verità e vita.
Lo dico ai responsabili: convertitevi!
Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio!”
Parole dettate dal Cuore e dalla Passione di un Grande Uomo, un Grande Comunicatore, un Grande Pontefice passato alla Storia così come quell’anatema e si spera così come entrerà anche nella Storia della Chiesa la Testimonianza laica di vita del Giudice Rosario Angelo Livatino che da morto parla ai giovani e alle coscienze, ancora oggi dopo tanti anni dal suo assassinio, più di quanto non fece in vita con le sue sentenze ed il quotidiano agire.

Maria Chiara Ferraù03 / 01 / 2010

01/07/11

EVVIVA!!!! La Cassazione annulla la radiazione di Farina dall'albo dei giornalisti




La terza sezione civile della Suprema corte, con la sentenza numero 14407/2011, depositata ieri in cancelleria, ha sancito che la radiazione da parte dell'Ordine dei giornalisti di Renato Farina non è lecita: «Il procedimento disciplinare doveva essere dichiarato estinto».

Renato Farina
, oggi parlamentare del Pdl e collaboratore di Tempi, già cofondatore di Libero assieme a Vittorio Feltri, è stato accusato nel 2006 di lavorare per il Sismi (Servizio segreto militare italiano). Dopo le accuse si dimise e fu cancellato dall'albo dei giornalisti, salvo poi essere successivamente radiato dall'Ordine, cosa che non poteva accadere, come stabilito dalla sentenza, perché Farina non faceva più parte dell'albo.

Farina ha ammesso a suo tempo di aver collaborato con il Sismi, agendo in nome dell'articolo 52 della Costituzione, “Difendere la Patria è sacro dovere del cittadino”, e di non aver mai ricevuto denaro per questo. Quale fosse la sua collaborazione con i Servizi, Farina lo spiega nel libro "Alias agente Betulla".

A scagionare del tutto Farina dall'accusa di essere una spia è stato il generale Niccolò Pollari: «Farina, su invito dell’autorità politica competente, dinanzi a problematiche drammatiche in cui erano coinvolti cittadini italiani sequestrati in scenari di guerra, ha accettato di fornire un contributo utile alla soluzione di questi casi, mettendosi disinteressatamente a disposizione di quell’autorità ed esponendosi anche a gravi rischi».

06/06/11

Ayrton Senna: Un vero Uomo Religioso.

Ieri sera ho guardato in DVD il Film sulla vita di Ayrton Senna. L'ho preso a noleggio, dopo averne letto la recensione su TRACCE ( http://www.tracce.it/ ). Di solito, non faccio il segnalatore di Film, ma questo, mi è sembrato un capolavoro. E anche perchè nella vita, quando si blocca il cambio, tenere l'auto in sesta, è una grande sfida. Ci sono alcuni aspetti personali di Senna in cui mai, in vita mia, mi sarei aspettato di riconoscermi, se non avessi visto questo film.

10 e Lode !!

Davide Boldrin




16/05/11

I Miti di novigiudiforma : Giorgio Gaber






Frammenti di un discorso... per una biografia


«Io G. G. sono nato e vivo a Milano...

La storia di Giorgio Gaberscik, in arte Gaber, inizia il 25 gennaio 1939 in via Londonio 28, a Milano.

– La strada è stata molto importante per me. Sono un vero cittadino, come direbbe Céline. Da bambino giocavo a calcio, facevo il portiere e mi tuffavo sull'asfalto. La prima volta in un campetto, con tutta quell'erba ero quasi a disagio (...). [Fabio Poletti, "Giorgio Gaber: i miei cattivi pensieri", Specchio 21/4/2001]

– (...) Sono cresciuto in una famiglia piccolo-borghese, in una piccola casa, con le abitudini e il tenore di vita di allora (...) si aveva un paio di scarpe sole e quando queste finivano se ne compravano delle altre, il che era certo un buon segno. Sacrifici, sicuro, ma all'insegna di un'essenzialità che oggi in qualche modo potremmo anche rimpiangere. Mio padre era impiegato (...) mia madre era casalinga, e mio fratello Marcello, più grande di me di sette anni, si era diplomato geometra e suonava la chitarra. Mio padre suonava un po' la fisarmonica, quindi un minimo di musica in casa c'era. Io poi, che avevo avuto un'infanzia piena di malattie e di rotture di coglioni tra cui un infortunio a una mano, usai la chitarra anche come sostegno e recupero del mio inserimento. (...) Io direi che tutta la mia carriera nasce da questa malattia, la quale ha fatto sì che abbia voluto reagire ad essa con la chitarra, portandomi così a fare questo lungo percorso nella musica...

SEGUE :  http://www.giorgiogaber.org/index.php?page=bio-60

28/04/11

I Miti di novigiudiforma: Enrico Mattei



Invece per " robe commerciali ", mi dicono qui: https://luce-gas.it/fornitori/eni

Enrico Mattei nasce il 29 aprile 1906 ad Acqualagna (Pesaro) da Angela Galvani e da Antonio, secondo di cinque figli. La famiglia è modesta, il padre brigadiere dei carabinieri. Con la promozione del capofamiglia a maresciallo i coniugi Mattei si trasferiscono a Matelica in provincia di Macerata.


Finite le scuole elementari, Enrico entra in collegio a Vasto, dove frequenta la scuola tecnica inferiore. Le ristrettezze della famiglia e la rigida disciplina imposta dal padre lo spingono a cercare subito una sua autonomia, anche economica. Il padre lo fa assumere nella fabbrica di letti di Scuriatti come verniciatore di letti di metallo, nel 1923 entra come garzone alla Conceria Fiore. La carriera di Mattei nell'Azienda è rapida: prima operaio, poi aiutante chimico, infine, a soli vent'anni, direttore del laboratorio.

Intanto riesce ad aprire un negozio di stoffe per la madre. Nel 1927, compiuto il servizio militare, torna a Matelica e diventa collaboratore principale del padrone della Conceria.

Presto cominciano a sentirsi gli effetti della crisi economica generale e gli affari iniziano ad andare male. Nel 1929 la Conceria Fiore chiude, Mattei si trasferisce a Milano dove continua la sua attività industriale aprendo assieme alla sorella e al fratello la sua prima fabbrica, un piccolo laboratorio di oli emulsionanti per l'industria conciaria e tessile. Nel 1934 fonda l'industria Chimica Lombarda.

Si unisce in matrimonio con Greta Paulas, nel 1936, a Vienna.

Mattei si diploma ragioniere e si iscrive all'Università Cattolica. Nel maggio 1943 incontra Giuseppe Spataro attraverso il quale entra in contatto con i circoli antifascisti milanesi. Dopo il 25 luglio si unisce, assieme a Boldrini, ai gruppi partigiani operanti sulle montagne circostanti Matelica. Tornato a Milano riprende i contatti con la Dc locale che lo nomina, per le sue doti organizzative più che militari, comandante del Corpo volontari per la libertà. Viene creato, nel 1944, un Comando militare Alta Italia del CLNAI di cui Enrico Mattei fa parte per la Dc.


Nei giorni successivi alla tormentata fine della guerra civile in Italia viene incaricato di liquidare le attività dell'Agip e di provvedere alla sostanziale privatizzazione degli asset energetici. Mattei sceglie di disattendere questa indicazione, per conseguire un obiettivo che riteneva fondamentale: garantire al Paese un'impresa energetica nazionale, in grado di assicurare quanto serviva ai bisogni delle famiglie e allo sviluppo della piccola e media impresa a prezzi più bassi rispetto a quelli degli oligopoli internazionali.

Raddoppiò la perforazione dei pozzi, sfruttò al meglio la ricerca mineraria nella Valle Padana, scelse le alleanze necessarie dentro il governo e ai partiti che lo sostenevano per realizzare quanto aveva in mente. Ci riuscì con l'istituzione, nel 1953 dell'Eni - dopo una lunga e travagliata discussione - iniziata nel 1947, tra chi sosteneva ad oltranza l'iniziativa privata e quanti erano fautori di una forte presenza dello Stato nell'economia.

Mattei riuscì ad affermare il ruolo strategico dell'energia nello sviluppo economico italiano e a ispirare fiducia nel possibile miracolo dell'indipendenza energetica.

Fu abile nel costituire una rete di collaboratori capaci di muoversi sulla scena internazionale e questo divenne uno dei punti di forza che la società, oltre gli interessi specifici, seppe offrire all'azione diplomatica dell'Italia. Fu tra i primi a coltivare lo spirito di frontiera e il rispetto delle culture diverse.

Il 27 ottobre 1962 il suo aereo proveniente da Catania e diretto a Linate precipita a Bascapè (Pavia). Muoiono il presidente dell'Eni, il pilota Irnerio Bertuzzi, e il giornalista americano William Mc Hale.

08/04/11

I Miti di novigiudiforma - Enzo Piccinini -



Enzo Piccinini, medico chirurgo e responsabile di Comunione e Liberazione, padre di quattro figli, è morto in un incidente stradale il 26 maggio 1999, a 47 anni. Il Sabato dopo, il 28 Maggio 1999 alla mattina fu celebrato il suo funerale. In contemporanea al mio matrimonio. Enzo, era tra gli invitati. Io e mia moglie, dopo aver sentito amici e parenti, decidemmo di sposarci comunque in quel giorno. Metà degli amici erano da noi, l’altra meta al funerale.


Qualcuno, che non conosce Enzo, può pensare che solo un matto può mettere tra i suoi “ miti”( e esempio di vita, e altro ancora) uno che nel giorno del suo matrimonio, ha fatto il suo funerale. Tipico di Enzo. Mi ha rotto le balle fino all’ultimo … La prima volta lo incontrai nel 1990 , alla prima vacanza invernale che feci con CL. Avevo 19 anni, eravamo a Lavarone. Ricordo ancora come fosse ieri quella vacanza. Quando la prima sera, si andò a messa, il sottoscritto pensò “ bhè, io vado al bar, verrà bene qualcuno con me”, invece mi trovai da solo davanti al sagrato di quella chiesa, e entrai di volata. Durante la messa ( erano circa 5 anni che non andavo) mi sentii estremamente imbarazzato, e seguivo chi era seduto vicino a me, con un atroce desiderio che finisse presto quella tortura. Subito dopo la messa, andammo in un teatro, e li c’era Enzo, che teneva un incontro. Ricordo solo che parlava di San Paolo. Ciò che mi colpì, era il modo in cui parlava di un santo. Diverso dal solito modo in cui si parla di santi. Perché lui ne parlava come quello che comunque, a rigor di logica, è un Santo. Un UOMO. Un testimone di vita. Andai a quella vacanza, un po’ per cercare nuovi amici, un po’ per “ dare addosso” ai “ chiesaioli ciellini ”. Invece, mi ritrovai A CASA MIA. E fu proprio il sentire Enzo parlare, che mi confermò, l’intuizione che avevo avuto. Quello era il mio posto. Enzo però non era mica un tipo comodo. Era un rompicazzo che la metà bastava. Io lo detestavo, e al tempo stesso lo ammiravo. Tutte le volte che veniva a Carpi, a tenere gli incontri in sala congressi, io pensavo “ Che palle, arriva il fenomeno”. E nello stesso tempo, non vedevo l’ora di andare a sentirlo. Enzo, era UN UOMO VERO. Con tutti i suoi limiti caratteriali. Ma un uomo appassionato alla vita, leale con se stesso. Sapeva mettersi in gioco continuamente. Un uomo di FEDE. Ma non la Fede BIGOTTA e MORALISTA. Ma bensì, la Fede che si trasforma in COSCIENZA DI AVERE UN PADRE, che E’ MISTERO PRESENTE. PRESENTE MA MISTERO ( e qui parlo-scrivo per me …) che ti vuol bene, nonostante tutti i tuoi limiti, e peccati. La fortuna più grande di Enzo fù incontrare Don Giussani. Enzo fù per la mia vita, una gran testimonianza di UOMO VERO.

E io, nonostante tutti i miei limiti, desidero diventare come lui. SENZA FRENI, CON IL CUORE BUONO e DESIDEROSO del Vero.

Davide Boldrin
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Sito Ufficiale in memoria di ENZO :


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Appunti tratti a libera scelta, dal curatore del Blog:
 
Don Giussani in merito alla sua morte:
 
Enzo fu un uomo che, dall'intuizione avuta in dialogo con me trent'anni fa disse il suo "si" a Cristo con una stupefacente dedizione, intelligente e integrale come prospettiva, e rese la sua vita tutta tesa a Cristo e alla sua Chiesa.  La cosa più impressionante per me è che la sua adesione a Cristo fu così totalizzante che non c'era più giorno che non cercasse in ogni modo la gloria umana di Cristo. Che cosa chiede a noi il mistero di Dio in una simile prova di grande sofferenza? Ci chiede di ricordarci sempre di Cristo come senso della vita, a tutti i livelli e in tutti i tempi: "Cristo è tutto in tutti".

don Giussani

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 Notizia PREMIO ENZO PICCININI:




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«Essere strumento di un miracolo –
spiegava ai ragazzi del Clu –
significa che io non ho fatto niente.
Se questa è la posizione nella vita,
scusatemi, ma che paura si ha più?»



E Buldrein, ringrazia per le testimonianze che ha davanti agli occhi, nonostante i suoi limiti ...


31/03/11

I Miti di novigiudiforma - Giovannino Guareschi -

l'idea l'ho avuta poco fa, cambiando l'immagine del tricolore. Ho deciso di dare inzio alla rubrica

 " Grandi Uomini ".

Si inizia con Giovannino Guareschi.



Cosi a leggere e citare grandi uomini, divento grande uomo ( e libero..) pure io.

Davide Boldrin
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Sito ufficiale:


1936 - 1940: a Milano, il Bertoldo, la famiglia


1936 settembre: si trasferisce a Milano in una stanza d’affitto in via Gustavo Modena assieme a Ennia e inizia a lavorare al Bertoldo come redattore, collaborando con pezzi e disegni. In febbraio del 1937 passa redattore capo con l’impegno di curare anche l’impaginazione dell’Almanacco Arcibertoldo e collaborare con pezzi e disegni. Continuerà, come redattore capo fino alla chiusura del settimanale il 10 settembre 1943.

1937: riprende a collaborare con disegni e pezzi al Secolo Illustrato e pubblica dei disegni su L’Asso firmandosi con il cognome di Ennia (Pallini).

marzo: collabora al Corriere Emiliano con pezzi, con la rubrica «Bianco e Nero» (firma "Michelaccio") e con disegni fino all’aprile.

giugno: dietro sollecitazione di Leo Longanesi invia delle tempere e una viene pubblicata su Omnibus.

1938: si trasferisce in un appartamento al quarto piano del 18 di Via Ciro Menotti.

Visitiamolo questo quarto piano; siamo nel 1938. Tra i due deve esserci un poco di maretta: (...) Giovannino si è ritratto piuttosto incavolato, mentre il ritratto di Ennia risente molto del suo malumore. Anche la didascalia che correderà il disegno su Bertoldo è ruvida. Unica cosa positiva il disegno fedele delle sedie, del tavolo e del paralume che esistono ancora nell’«Incompiuta» alle Roncole.


Collabora all’Ambrosiano come illustratore di novelle e con vignette. Collabora con la rubrica «Dizionarietto della signora» ad Annabella. Collabora a Kines, Kinema e Piccola.

marzo: compare un suo disegno sul numero unico E vi farem vedere (i sorci verdi).

aprile: diventa redattore e collaboratore del settimanale Tutto di Rizzoli.

agosto: Inizia a collaborare alla Stampa con delle strrips. Continuerà fino all’ottobre del 1942.

Inizia a collaborare con l’l’E.I.A.R. scrivendo testi. La sua collaborazione continua con scenette, conversazioni, pubblicità e rubriche a puntate, fino al 1942, quando, a causa del suo arresto, gli verrà tolta.


Le collaborazioni all’E.I.A.R.


1938 Attualità «Partenze», «Caccia e cacciatori», «Storielle di stagione» e «Pompieri»; (a sei mani con Marchesi, Metz, Morbelli, Nizza e Rosi) il testo di «Attenti al martellone», "radioallegria"; il testo dell’attualità «Ritorno a piedi» e «Casa mia, casa mia»; i testi «È arrivato l’annunciatore» e «Intervista col Trio Lescano»; «Voci del mondo - L’ora delle cassiere» e «Il grattacielo n. 15» (a puntate).

1939 «Rivista dei luoghi comuni: Inverno»; «Presto si parte»; («Battista» e «Camillo») per la rubrica a puntate «Dimmi il tuo nome».

1940 Assieme a Cavaliere il testo per cinque puntate della rubrica «Salotti»; una "Conversazione" e per la scena «Quel povero galantuomo di un ladro». Partecipa alla trasmissione «Al gatto bianco» assieme a Carletto Manzoni.

1941 Scrive assieme a Carletto Manzoni il testo della fantasia musicale «Giovanni dammi la lira».

1942 Scrive alcune puntate della rubrica in versi «La classe degli asini»; la commedia radiofonica «Il doppio fidanzato di Chiaravalle»; assieme a Cavaliere e Buzzichini il testo per l’E.I.A.R. «Mani in alto!» per la rubrica «Terziglio».

novembre: illustra un romanzo a puntate di Notari sull’Ambrosiano.

1939: collabora al Guerin Meschino con pezzi e disegni. Pubblica un disegno su Milano in fiore. Collabora alla sceneggiatura del film di Francini «Imputato, alzatevi» che sarà interpretato da Macario.

maggio: viene richiamato e destinato al 2° Reggimento di Art. di C. A.- XXIII° Gruppo 105/28 ad Acqui (AL).

Si sposta in vari campi: Carcare, Spotorno, Albissola, Finale Ligure, Alassio e Cairo M.

Viene trasferito a Sambuco (CN) e a Pietraporzio.

Ritorna ad Acqui. Poi a Milano in licenza per un mese.

1940: viene iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Collabora con delle novelle a Gioia.

Collabora a Stampa Sera con la rubrica (illustrata con un suo disegno) «Oh, che bel mestiere!»

10 febbraio: si sposa con Ennia.

Collabora come redattore al Marc’Aurelio.

Collabora come redattore e con pezzi e disegni al Settebello di Rizzoli. Continuerà anche nel 1941.

Presenta il 15 maggio a Lecco e il 30 maggio a Bologna la «Serata del dilettante» .

agosto: scrive assieme a Manzoni il testo per la rivista «Tutto per tutti e niente per nessuno»

settembre: collabora a Novella-Film con disegni e novelle.

novembre: pubblica due disegni su Storia di ieri e di oggi.

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