Visualizzazione post con etichetta Rassegna stampa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rassegna stampa. Mostra tutti i post

24/03/11

La Forma DE-MENTIS del curatore del Blog, e la lettera di oggi su VOCE

Stamani, come tutti i Giovedì, ho comprato VOCE ( http://www.voce.it/ ) . A pranzo, dopo aver riempito lo stomaco l'ho sfogliato. E ho letto questa lettera ( il collage è cosi, perchè non ho avuto pazienza...) :



C'è solo una cosa che mi ha dato la sensazione di una superbia da 4 ( 2...suvvia, 4 son troppi...)  soldi, e mi ha fatto un pò pena, in questa lettera:

" Il Gruppo storico, per la sua forma mentis e il modo di procedere rigoroso, con costante riferimento alle fonti e ai documenti, non ha la consuetudine di abituale frequentazione di forme di comunicazione come sono i blog e i social network ".

....Quindi, aggiungo io, forse sono un pò ignoranti, o vecchi, per le nuove tecnologie. Perchè il Blog, non vuole sostituirsi ad un lavoro storico. Ma eventualmente, incentivarlo, con il contributo di chi sà.
Niente di più. Magari costoro sono pure dei " compagni ", e non sanno cosa hanno votato, nel 2007:

Dal sito del Comune, ( Link: http://www.comune.novi.mo.it/comune/programma_amministrativo.html) una parte del programma elettrorale " Unione per Novi" del 2007:


" SITO INTERNET DEL COMUNE



È necessario implementare il sito internet del Comune per renderlo fruibile su argomenti oltre quelli istituzionali già presenti: attività culturali territoriali e oltre, iniziative delle associazioni, circuiti commerciali locali, ricettività di ristorazione...


Nell'ottica di promuovere ulteriori forme di partecipazione e di dialogo dei e con i cittadini è utile attivare un BLOG nel sito web del Comune, quale efficace e moderno strumento comunicativo."

Poi un Blog su Novi, non lo hanno fatto i " compagni", ma un Ex-consigliere comunale, politico fallito, un pò idealista, che talvolta lascia spazio a 100 e passa persone che hanno" la consuetudine di abituale frequentazione di forme di comunicazione come sono i blog e i social network "



Cari Gabriella Bigi, Luigi Capelli, ed Emilia Durante. Avete fatto una pessima, e superba figura. Perchè il vostro atteggiamento è stato un pò da bimbi dell'asilo, sullo stile " Noi, sappiamo! ". Di certo è vero, ma non disprezzate sottilmente chi, o cosa, vi dà una ulteriore opportunità di mettere a conoscenza il vostro lavoro, e la vostra passione.

Davide Boldrin
( I titoloni sotto, sono per sfottere un pò....):
 Già ( e mi tocco le b...e ):
-Coordinatore comunale UDC Del Comune di Carpi e Novi di Modena;
-Consigliere comunale del gruppo consigliare CASA delle LIBERTA di Novi di Modena
-Vice-presidente commissione affari sociali del comune di Novi di Modena

Attuale:
-Tesserato PDL 79146
..nonchè, marito, padre, lavoratore precario...E Uomo!.

Bye bye.

_____________________________________



Chissà perchè mi è venuta voglia di mettere la foto di Matteo Renzi....

Buldrein.


18/03/11

Per dar più soldi alle famiglie ci vuole il "metodo Lega"? N.D.R.: E Giovanardi, fa bene ad arrabbiarsi...

Davide Boldrin, curatore del Blog novigiudiforma.blogspot.com, lavoratore precario ( da una vita...) , che tira avanti la carretta con fatica, sposato con Santa margherita da r'vree (è santa perchè è mia moglie ...) due figlie... insomma, con una famiglia. Sempre Davide Boldrin, che talvolta qualcuno pensa sia ricco, o potente... No signori. Povero, no. Ma sempre in bolletta, e con il fiato ( € ) lungo a fine mese, sempre. Ho una virtù, ( talento donato dal buon Dio ) che si chiama AUDACIA, che forse nel tempo capirò, come mettere a frutto. Intanto mi arrabbiò anche un pò, condividendo al 1000000 x 1000000 ciò che qui sotto è riportato:

Davide Boldrin

Fonte: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=159811

Per la famiglia non c’è una lira del vecchio conio e neanche del nuovo. La denuncia non viene da qualche scalmanato dell’opposizione ma, niente di meno, dal sottosegretario delegato al ramo, Carlo Giovanardi. Un ramo secco, ad ascoltare le sue parole: “Tre anni fa per le politiche per la famiglia c’erano 300 milioni”. Sì, aggiungiamo noi, non è che anche allora si navigasse nell’oro. “Ma oggi ce ne sono soltanto venti e non so neanche se sono disponibili davvero o debba andare a reperirli nelle pieghe dei bilanci regionali”. Resterebbero così senza copertura, tanto per intenderci, gli aiuti alle adozioni internazionali e i fondi per i nuovi nati, a proposito di denatalità.

Ad ogni modo, Giovanardi è arrivato a minacciare le dimissioni salvo constatare poi amaramente “non c’è più niente da cui dimettersi”.

Ci risulta che, come accade in questi giorni un po’ per tutti i “malpancisti” della maggioranza, anche Giovanardi sia stato raggiunto da una telefonata rassicurante - quanto? - del Presidente del Consiglio che poi lo avrebbe incontrato insieme al sottosegretario Gianni Letta promettendogli che i soldi arriveranno in un prossimo decreto che potremmo già battezzare “centoproroghe” essendo destinato, nelle intenzioni, a mettere qualche ulteriore pezza dopo quelle apposte con il “milleproroghe”.

Comunque vada a finire dubitiamo che siano in arrivo novità epocali per la famiglia in particolare per quell’11,3% finito al di sotto della soglia di povertà e costretto a vivere praticamente grazie alla rete di solidarietà delle parrocchie. Tutto ciò mentre in molti continuano a baloccarsi sulla centralità delle politiche per la famiglia (quali?).

È impossibile però non cogliere anche una singolare coincidenza. Il grido di dolore di Giovanardi è risuonato nel giorno stesso in cui la nomina di un altro ex Udc come Saverio Romano alla carica di ministro (alle Politiche agricole) sembrava diventata ormai certa.

“Ma come - avrà pensato Giovanardi, ipotizziamo noi - io ero già ministro e mi ritrovo qui a fare il sottosegretario senza soldi mentre questo qui arriva fresco fresco dalla mia stessa parrocchia e mi passa davanti?”.

Illuminante, al riguardo, un concetto espresso sempre a mezza voce dal ministro Gianfranco Rotondi, che sempre da quella parrocchia proviene: “il fatto è che Berlusconi i democristiani li vuole, ma ad uno ad uno, non tutti insieme”. Le conferme di questa affermazione non mancano e non è neanche necessario ricordare tutti i protagonisti di queste micro-scissioni e micro-profferte. C’è solo da chiedersi, piuttosto, alla luce del grido di dolore di Giovanardi: è questo il modo migliore per far avanzare nelle priorità quegli obiettivi programmatici che a parole tutti si dice di condividere e tutti si sollecita?


Proviamo a essere più chiari: se la Lega avesse difeso la sua strategia federalista andando ad uno ad uno a trattare con Berlusconi avrebbe la stessa voce in capitolo che ha oggi? Potendosi bellamente permettere, peraltro, di trovare i soldi per le quote latte non pagate e di disertare le manifestazioni dell’Unità d’Italia?

Ad esempio, bisogna dare atto a Roberto Formigoni di aver denunciato con forza come la devoluzione alle regioni di alcuni capitoli di spesa senza l’assegnazione delle poste in bilancio relative andasse a penalizzare ulteriormente i servizi e, segnatamente, proprio quelli già al lumicino per la famiglia. Ma anche qui, se il risultato è stato il (tardivo) grido di dolore di Giovanardi il ragionamento di cui sopra non cambia, anzi trova ulteriori conferme.

E, tirando di nuovo in ballo la Lega, non è stato certo bello lo spettacolo che si è parato davanti agli occhi di Formigoni dei banchi vuoti dei leghisti in Consiglio regionale, mentre dietro di lui si coglieva un non meno imbarazzante Presidente del Consiglio regionale, Davide Boni, intento a guardare per terra come per marcare pacchianamente il suo distacco dalle note dell’inno.

In realtà chi avrebbe di più da lamentarsi dell’Unità d’Italia, per come è avvenuta, sono le popolazioni meridionali e la Chiesa. Ma, volendo trascurare in questa sede le polemiche meridionaliste e filo-borboniche (si ricordi solo, per onestà, che la società lombarda Alfa fu salvata dai soldi del napoletano Romeo e che, prima dell’Unità, a Napoli c’era la prima ferrovia italiana) per quanto riguarda la Chiesa ci ha pensato il Papa in persona a sanare la ferita con un messaggio affettuoso per il centocinquantesimo compleanno della “cara Italia”, rivendicando l’“apporto dei cattolici mai mancato e spesso decisivo”.


Che non manchi anche oggi l’apporto dei cattolici è sicuro, che sia decisivo, in queste condizioni è tutto da dimostrare. Spesso costretti a tollerare anche queste bizzarrie della Lega senza nulla replicare per mera convenienza politica e non riuscendo a strappare alcunché, è Giovanardi che ce lo conferma, per quella che tutti i cattolici, ma purtroppo non solo loro, individuano essere come la priorità delle priorità, ossia la famiglia.

______________________________________________

N.F.D.B.: ( Nota finale di Boldrin..)

Eppure come tesserato PDL 79146, credo che molti del PDL amino la famiglia. Infatti c'è chi ne ha più di una... Anche nell'UDC è cosi. Ad esempio PIERFERDINANDO CASINI...

Se il "Metodo Lega" significa unità, iniziamo. Se no, a casa.

Buldrein da R'vree càl tìn famèia!

19/02/11

Roberto Formigoni: Silvio, difenditi da Ruby e facciamo il Ppe insieme

Da: http://www.ilsussidiario.net/

Dalla prima web radio a Facebook e Twitter, passando per YouTube, l’attività politica del governatore lombardo Roberto Formigoni, oggi al suo quarto mandato, ha saputo restare in questi anni al passo con la tecnologia e le nuove forme di comunicazione. «Questi strumenti mi hanno incuriosito fin dall’inizio - dice a ilussidiario.net il presidente della Lombardia - perché permettono di raggiungere anche chi non ha un interesse specifico per la politica e ti aiutano a stabilire un confronto quotidiano e non mediato con le persone. Se si pensa alla politica come puro calcolo tutto ciò sembra solo un’imprudenza. Questo però è ciò che mi interessa e che ho voluto realizzare nel nuovo portale (Formigoni.it, ndr). È ora che la politica scenda dal piedistallo e si metta in discussione».


Più che un semplice sito sembra uno strumento pensato per creare una rete su scala nazionale (e forse anche internazionale)...


Nel corso degli anni sono nati spontaneamente dei gruppi che chiedevano una stabilità di rapporto maggiore. Tutto questo, nel tempo, si è integrato con il lavoro tradizionale che svolgo sul territorio nazionale: da Rete Italia, al lavoro delle scuole di politica, a quello del mio partito, il Popolo della Libertà. Sono comunità e idee che si intersecano, si connettono e si alimentano, un po’ come accade nella vita di tutti i giorni. Per quanto riguarda la dimensione internazionale, l’ho sempre ritenuta fondamentale e penso che da noi sia ancora sottovalutata. Nell’era globale è impossibile vivere in un solo paese, bisogna vivere nel mondo. Per questa ragione oggi c’è una sezione inglese e fra poco ce ne saranno di nuove in altre lingue.

Ma cosa significa questo passo nell’attuale quadro politico? I commentatori sono concordi nel segnalare un pericoloso stato di “stallo” e di insopportabile scontro istituzionale, anche se nessuno sembra in grado di indicare uno sbocco naturale e positivo per il Paese.

Innanzitutto occorre dire che la maggioranza c’è, ha retto alle prove di questi mesi ed è in fase di allargamento. Il governo ha i numeri per governare e quindi ha il dovere di farlo. Certo, la situazione non è positiva come a inizio legislatura, c’è stata la dolorosa scissione dei finiani e oggi siamo in presenza di un fortissimo attacco, soprattutto mediatico, ai danni di Silvio Berlusconi. In questo clima, la politica si sta riducendo a gossip e a guerra di tutti contro tutti per annientare l’avversario. Per questo motivo penso che siano utili tutti quei luoghi in cui viene comunicata un’esperienza positiva, dove la politica venga trattata per quella che è e non per la caricatura di se stessa.

C’è ancora lo spazio secondo lei per tornare a mettere la politica al centro?


È un obbligo e un dovere. È necessario che le persone dall’una o dall’altra parte della barricata tornino a confrontarsi su proposte, anche alternative, ma pensate per trovare una soluzione ai problemi del Paese. Ho apprezzato, ad esempio, l’intervento di Luciano Violante sul vostro giornale. Sono infatti convinto che il governo debba andare avanti a realizzare il programma che ha presentato agli elettori e il quadro complessivo di riforme che ha in mente, laddove però è possibile è giusto cercare un accordo almeno con una parte dell’opposizione. Anche riguardo al federalismo, di cui abbiamo assolutamente bisogno, mi auguro che torni a prevalere il contenuto sulle ragioni di schieramento che hanno inficiato l’ultimo voto.

Ma se dovesse dare un consiglio al premier su come affrontare uno dei momenti più difficili della sua carriera politica, cosa gli direbbe?


Gliene darei due, anche se non ne ha bisogno. Primo: riprenda ad andare a cento all’ora sulle riforme. È il Presidente del Consiglio legittimamente in carica e ha il consenso del Parlamento e del Paese. Il secondo è quello di trovare il modo e il momento, e sono sicuro che lo farà, per dire la sua in maniera organica e completa su questa valanga di accuse che gli è stata riversata addosso. Ho avuto modo di incontrarlo e so che queste sono le intenzioni che ha lui stesso.

In questa fase di difficoltà del premier secondo lei c’è il rischio di un eccessivo sospetto nei confronti di chi, all’interno della maggioranza, ha un proprio consenso personale?


Sarebbe l’atteggiamento più sbagliato, in questo momento di difficoltà c’è bisogno del contributo di tutti. Certo, bisogna evitare che vengano messi in campo i propri personalismi. Chi di noi ha un contributo da dare deve giocarlo per il bene del Paese e dei nostri ideali, ma deve essere guardato con positività. D’altra parte il Pdl è un partito liberale, democratico e pluralista e deve puntare ad allargarsi, non a restringersi. Il mio è un invito a collaborazione e ad allargare il consenso, non certo a realizzare solipsismi che non interessano a nessuno.

La sua proposta di realizzare la “sezione italiana del Ppe” è ancora valida?

Assolutamente sì, sto continuando a lavorarci con vari esponenti del Pdl, tra cui Alfano, Fitto, Saverio Romano e molti altri. Non solo, il nostro partito ha preso l’iniziativa di formare una fondazione per il Partito Popolare Europeo, proprio perché ha intuito la bontà della proposta. È assurdo, a mio parere, che partiti che siedono insieme a Strasburgo siano divisi in Italia. Certo, non possiamo nasconderci che sarà un lavoro lungo e doloroso perché la separazione e la contrapposizione è nata su precise responsabilità. Sono però convinto che il futuro del bipolarismo italiano vedrà da una parte i partiti che si riconoscono nel Ppe (alleati con un partito territoriale come la Lega Nord, che non è affatto lontana dalla cultura del popolarismo europeo) e dall’altra, me lo auguro, una moderna socialdemocrazia con la messa al bando dei giustizialisti e degli estremisti.

I più sono però convinti che quando verrà a mancare il collante di Berlusconi il centrodestra rischierà l’implosione...


Guardi, le nostre idee non moriranno mai. I nostri ideali sono quelli del Partito Popolare Europeo: la persona, la famiglia, la libertà, la sussidiarietà, il lavoro, l’impresa. Non solo, anche la forma del Pdl potrà continuare ad andare avanti, a patto che ognuno di noi sappia essere generoso e che non prevalgano personalismi e invidie.

________________________________________________
N.d.r.: Rivolto all'ambito locale:

N.d.r.: " Guardi, le nostre idee non moriranno mai. I nostri ideali sono quelli del Partito Popolare Europeo: la persona, la famiglia, la libertà, la sussidiarietà, il lavoro, l’impresa. Non solo, anche la forma del Pdl potrà continuare ad andare avanti, a patto che ognuno di noi sappia essere generoso e che non prevalgano personalismi e invidie. "

Il Curatore CONDIDE TOTALMENTE.
E se per caso dovessero essere quelli del PD a trasformarsi così, il CURATORE ( per assurdo...) potrebbe diventare uno del PD. I Personalismi li conosco bene ( IO sono personalista..) le invidie un pò meno. Nessuno ha la verità in tasca. Ma buon senso, economia ( 2+ 2 fa 4 a casa di tutti..) e osservazione della realtà , fa di ogni persona un politico perfetto. Peccato che il primo..( buon senso) stia diventatndo una merce rara...Anche a Sinistra sono stanchi. Leggere sotto, per credere:

Sansonetti: caro Pd, Saviano e la piazza "incoronano" Berlusconi  Link: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=148177

Violante: archiviamo Ruby e facciamo le riforme insieme
Link: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=149754

Davide Boldrin

01/02/11

Questo GIANFRANCO RAVASI, su AVVENIRE, a mio avviso oggi ha ( in parte..) " TOPPATO " , non si può essere del tutto d'accordo...

Perchè mai Boldrin fà una affermazione così pesante ?
Leggere qui, poi spiegherò ( fonte : http://avvenire.ita.newsmemory.com/ )

TRE TRISTI SORELLE


GIANFRANCO RAVASI ( 01/02/2011)

La vigliaccheria chiede: «È sicuro?». L’opportunità chiede: «È conveniente?». La vanagloria chiede: «È vantaggioso?». La vera misura di un uomo si vede non nei momenti di comodità o convenienza, ma tutte le volte in cui affronta il rischio o la sfida.  Vigliaccheria, Opportunità, Vanagloria: sì, sono tre tristi sorelle che passeggiano per le strade della storia col loro corteo di adepti. Ce lo ricorda nelle righe sopra citate un personaggio che le ha sempre snobbate, Martin Luther King, imboccando invece le vie del coraggio, del rischio, della laboriosa umiltà. E a lui, assassinato a Memphis nel 1968 a 39 anni, s’adattavano pienamente le parole del Giulio Cesare di Shakespeare: «I vigliacchi muoiono molte volte prima di morire, mentre i coraggiosi provano il gusto della morte una sola volta». Egli non calcolava il vantaggio personale, l’interesse privato, come gli suggeriva l’Opportunità, né misurava tutto il suo impegno sul successo promesso dalla Vanagloria. Purtroppo, però, dobbiamo riconoscere che lo stile di vita celebrato dalla società contemporanea è tutto racchiuso in quella trilogia. Ciò che è sicuro, che conviene ed è vantaggioso è l’unità di misura costante adottata a partire dai politici, scendendo giù fino al popolo. Scegliere, invece, la giustizia, l’amore, l’impegno per gli altri è un rischio che si cerca di evitare. Ed è così che si diventa meschini, gretti, mediocri; si è incapaci di un atto libero e gratuito, al punto tale che, se qualcuno si rivela generoso, viene sospettato di inganno o bollato di ingenuità (forte ma vera è la frase di uno dei 'cafoni' del  Fontamara di Silone: «Se è gratis, c’è l’inganno!»). La lezione evangelica del perdere per trovare è aborrita dalle tre sorelle, per esse il dare non è più gioioso del ricevere; ma alla fine, una vita senza rischio o sfida, senza generosità e libertà è simile a un noioso pomeriggio invernale trascorso in casa, lasciando gocciolare le ore…
________________________________

Leggendo l'articolo sopra, oggi a pranzo, sono sobbalzato. E mi son detto che a leggere delle cose così, gli Anti-Clericali hanno vita facile. La ragione di ciò, non è a difesa delle TRE SORELLE di nome VIGLIACCHERIA, OPPORTUNITA'( e qui il primo sobbalzo) e VANAGLORIA. NO. Ma di come sia astratto ciò che scrive quel tizio li. Ho 39 anni, sono un papà, e pur NON essendo un VIGLIACCO, non ho voglia di essere ucciso. La via del coraggio, del rischio, e della laboriosa umiltà, la vivono in tante persone tutti i giorni. E a leggere quell'articolo, pur comprendedone le ragioni, desiderare SICUREZZA, CONVENIENZA e VANTAGGI, mi sembra MOLTO UMANO e REALISTA. Io non sono CATTOLICO PRATICANTE perchè MEZZO UOMO ( o mezza sega...) , ma perchè VOGLIO ESSERE UOMO VERO. Un Certo PIETRO, DURO, TESTONE, IMPETUOSO, e PURE TRADITORE, ha seguito un certo Gesù, perchè ha capito che era SICURO del suo amore. Che CONVENIVA seguirlo ( disse infatti l'extra-comunitario di nome Gesù : " Chi mi segue avrà la vita eterna , e IL CENTUPLO QUAGGIU' ). E seguire Gesù, avrebbe avuto il VANTAGGIO di vivere una vita PIENA e GUSTOSA, fino in Fondo. LE STESSE RAGIONI, per cui il sottoscritto, si fida di quel MISTERO PRESENTE, di nome Gesù ( e chi adesso legge, e pensa che sia da matti credere in Gesù, se lo ricordi ogni volta che legge l'oroscopo, e si chieda chi è il matto...). Io sono disposto a PERDERE per TROVARE. Ma non a " passare per coglione ".  Perchè, ci GUADAGNO CENTO VOLTE TANTO ! Cosi magari, il QUOTIDIANO, diventa una SFIDA, con la consapevolezza che il SOLE C'E' COMUNQUE. Anche se nascosto dalle nuvole.

Perdonate lo sfogo, ma sopporto poco le astrazioni .....
Davide Boldrin

Uomo PECCATORE ( per ciò, cristiano! )










16/12/10

E nata "LA BUSSOLA QUOTIDIANA " !

Per orientarsi tra le notizie del giorno
COSA E’



BQ è un quotidiano online, di opinione, il cui scopo è offrire una prospettiva cattolica nel giudicare i fatti del giorno, certi del fatto che l’esperienza cristiana è in grado di abbracciare e rispettare pienamente la dignità dell’uomo. Non abbiamo posizioni ideologiche da difendere, fossero anche cattoliche: nel fluire quotidiano delle notizie vogliamo difendere e promuovere una concezione dell’uomo adeguata alla sua dignità. Per questo nessun aspetto della realtà ci sarà estraneo: dalla politica alle relazioni internazionali, dalle emergenze sociali all’economia, dalle espressioni culturali allo sport, tutto sarà giudicato cercando di cogliere nel particolare della cronaca il destino di ogni singolo uomo.


MOTTO


“In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”


(Unità nell’essenziale, libertà in ciò che è dubbio e discutibile, la carità in ogni cosa)


LA REDAZIONE


BQ nasce dall’amicizia di alcuni giornalisti cattolici consolidatasi intorno all’esperienza del mensile di apologetica “Il Timone”.


- Direttore editoriale: Vittorio Messori


- Direttore responsabile: Andrea Tornielli


- Capo redattore: Riccardo Cascioli


- Redattori: Marco Respinti, Antonio Giuliano




- Collaboratori: saranno i tanti già noti ai lettori del Timone e altri nuovi che porteranno il loro contributo per la loro esperienza in specifici settori. Tra questi citiamo: Ettore Gotti Tedeschi, Robi Ronza, Massimo Introvigne, Giorgio Torelli, Gianfranco Fabi, Rino Cammilleri, Mons. Luigi Negri, Paolo Rodari, Saverio Gaeta, Vincenzo Sansonetti, Francesco Agnoli, Carlo Bellieni, Bernardo Cervellera, Mario Palmaro, Giacomo Samek Lodovici, Piero Gheddo, Giorgio Carbone, Roberto Marchesini, Gianni Valente.


STRUTTURA DI BQ


Dal lunedì al venerdì ogni giorno saranno inseriti 5-10 articoli che intervengono tempestivamente sui fatti di maggiore attualità o proponendo notizie e approfondimenti su fatti ignorati dai grandi mezzi di comunicazione sociale.


Nel fine settimana, invece ci sarà un numero speciale che conterrà alcuni articoli di approfondimento e alcune rubriche di servizio, dedicate soprattutto alla famiglia.


Edizione quotidiana.


Ogni giorno saranno visualizzati in Home Page:


- Articoli: da 5 a 10 a seconda dei fatti in divenire. Ognuno di questi articoli (in hp ci sarà un breve abstract) potrà avere – a seconda delle esigenze – uno o più link ad altri articoli correlati, i cui titoli saranno evidenziati alla fine dell’abstract.


- L’Editoriale


- Rubriche: ne sono previste 7:


- L’Aperitivo con Messori, che avrà anche un’evidenza maggiore delle altre;


- Almanacco, curato da Rino Cammilleri, che ogni giorno proporrà il ricordo di un fatto significativo per la vita della Chiesa, la biografia o la frase del santo del giorno, o qualche “antidoto” contro la mentalità dominante;


- Controvento, curato da Riccardo Cascioli: un breve corsivo che tratterà con ironia un fatto, una dichiarazione, una notizia curiosa;


- Ritagli: una proposta ragionata di alcuni articoli o brani di articoli che – in positivo o negativo – sono rilevanti per la nostra prospettiva.


- Appropriazione indebita: la segnalazione di un articolo da altri giornali “che avremmo voluto scrivere noi”.


- Stasera vediamo…: il suggerimento di un programma tv del giorno che vale la pena vedere


- Pescati in rete: la proposta di un articolo o un post scelto tra i numerosi blog e siti che diventano nostri partner.


-Il Rullo: sotto la testata scorre una striscia con le principali notizie del giorno (solo titoli, niente link).


Edizione del fine settimana.


Dalla mezzanotte del venerdì fino alla mezzanotte di domenica è prevista una diversa Home Page, ci saranno due sezioni principali, oltre alla visibilità delle rubriche quotidiane.


-Approfondimenti: 3-4 articoli, a carattere soprattutto culturale, di approfondimento su temi non necessariamente legati alla cronaca quotidiana.


- Rubriche: Sono previste 7 rubriche sia di approfondimento, sia di servizio che possano dare un contributo alle scelte delle famiglie nel fine settimana:


- Prisma, di Robi Ronza: una rubrica storica di un grande giornalista esperto di relazioni internazionali, che approda a La Bussola Quotidiana dopo essere stata a Il Sabato e Il Giornale;


- Al telefono con…: un file audio che riproduce una conversazione telefonica su temi di attualità con un personaggio importante della cultura cattolica;


- Visioni: recensione di un film presente nelle sale italiane che vale la pena guardare (con un occhio speciale per le famiglie);


- Tra le righe: recensione di un libro uscito da poco o di un classico che vale la pena riprendere;


- Visto e mangiato: proposta di una meta turistica per tutta la famiglia (da uno o due giorni), con relative indicazioni sul dove mangiare;


- Bel Vedere: recensione di una mostra, di una galleria o di un libro d’arte.


- Ci vuole orecchio: recensione musicale, concerto o CD






COME SOSTENERE BQ
Ci sono tre modi per contribuire alla vita e allo sviluppo di BQ:


- Donazione libera: in ogni momento si possono versare contributi di qualsiasi entità tramite bonifico bancario sul conto dell’Associazione Sostenitori della Bussola, depositato presso la Banca Popolare di Intra (filiale di Ghemme).


Iban: IT 81 N 05035 45420 226570343021


- Diventare soci: per sostenere BQ è nata una specifica associazione (Associazione Sostenitori della Bussola) che ha come unico scopo raccogliere fondi per sostenere il quotidiano online. È possibile diventare soci sottoscrivendo l’impegno a versare delle quote annuali per un periodo minimo di 3 anni. La quota standard è di 3mila euro annue. Per maggiori informazioni scrivere a: amministrazione@labussolaquotidiana.it.

- Pubblicità: Imprenditori e società possono contribuire anche attraverso l’inserzione pubblicitaria. A questo scopo sul sito della Bussola sono previsti spazi pubblicitari.

_____________________________________________________________________

NDR: e al sottoscritto non dispiacerebbe finire qualche volta tra i "Pescati in rete..."

Davide Boldrin





12/12/10

VOLANTINO CL/ Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo

Da http://www.clonline.org/

10/12/2010

 Crisi sociale, economica e politica. Alla fine di questo 2010 tutti siamo presi dallo sconcerto. Come ha detto di recente il cardinale Bagnasco, «siamo angustiati per l’Italia che scorgiamo come inceppata nei suoi meccanismi decisionali, mentre il Paese appare attonito e guarda disorientato». Perché questa crisi ci trova così disarmati, al punto che non riusciamo neanche a metterci d’accordo per affrontarla, pur sentendone l’urgenza come non mai?


A sorpresa il Rapporto Censis 2010 ha individuato la natura della crisi in un «calo del desiderio» che si manifesta in ogni aspetto della vita. Abbiamo meno voglia di costruire, di crescere, di cercare la felicità. A questo fatto andrebbe attribuita la responsabilità delle «evidenti manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro». Come mai, se siamo stati in grado di raggiungere importanti obiettivi nel passato (casa, lavoro, sviluppo…), adesso «siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto» e a un ciclo storico pieno di interesse e voglia di fare ne segue un altro segnato dal suo annullamento?


Tutto questo ci mostra che la crisi è sì sociale, economica e politica, ma è soprattutto antropologica perché riguarda la concezione stessa della persona, della natura del suo desiderio, del suo rapporto con la realtà. Ci eravamo illusi che il desiderio si sarebbe mantenuto in vita da solo o addirittura che sarebbe stato più vivo nella nuova situazione di benessere raggiunto. L’esperienza ci mostra, invece, che il desiderio può appiattirsi se non trova un oggetto all’altezza delle sue esigenze. Ci ritroviamo così tutti «sazi e disperati». «Nell’appiattimento del desiderio ha origine lo smarrimento dei giovani e il cinismo degli adulti; e nella astenia generale l’alternativa qual è? Un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio, e un moralismo d’appoggio allo Stato come ultima fonte di consistenza per il flusso umano», come disse don Giussani ad Assago nel 1987. Venticinque anni dopo vediamo che entrambe queste risposte - volontarismo individualista e speranza statalista - non sono state in grado di darci la consistenza auspicata e ci troviamo ad affrontare la crisi più disarmati, più fragili che in passato. Paradossalmente, i nostri nonni e genitori erano umanamente meglio attrezzati per affrontare simili sfide.


Il Censis centra di nuovo il bersaglio quando identifica la vera urgenza di questo momento storico: «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata e appiattita». Ma chi o che cosa può ridestare il desiderio? È questo il problema culturale della nostra epoca. Con esso sono costretti a misurarsi tutti coloro che hanno qualcosa da dire per uscire dalla crisi: partiti, associazioni, sindacati, insegnanti. Non basterà più una risposta ideologica, perché di tutti i progetti abbiamo visto il fallimento. Saremo perciò costretti a testimoniare un’esperienza.
Anche la Chiesa, il cui contributo non potrà limitarsi a offrire un riparo assistenziale per le mancanze altrui, dovrà mostrare l’autenticità della sua pretesa di avere qualcosa in più da offrire. Come ha ricordato Benedetto XVI, «il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà». Dovrà mostrare che Cristo è così presente da essere in grado di ridestare la persona − e quindi tutto il suo desiderio − fino al punto di non farla dipendere totalmente dalle congiunture storiche. Come? Attraverso la presenza di persone che documentano un’umanità diversa in tutti i campi della vita sociale: scuola e università, lavoro e imprenditoria, fino alla politica e all’impegno nelle istituzioni. Persone che non si sentono condannate alla delusione e allo sconcerto, ma vivono all’altezza dei loro desideri perché riconoscono presente la risposta.

Possiamo sperare di uscire dalla drammatica situazione attuale se tutti − compresi i governanti che oggi hanno la difficile responsabilità di guidare il Paese attraverso questa profonda crisi − decidiamo di essere veramente ragionevoli sottomettendo la ragione all’esperienza, se cioè, liberandoci da ogni presunzione ideologica, siamo disponibili a riconoscere qualcosa che nella realtà già funziona. Sostenere chi, nella vita sociale e politica, non si è rassegnato a una misura ridotta del proprio desiderio e per questo lavora e costruisce mosso da una passione per l’uomo, è il primo contributo che possiamo dare al bene di tutti.

invece Buldrein...il 05/12/2010:

Gli auguri, e “la predica” di Avvento in attesa del Natale su novigiudiforma

link:

http://novigiudiforma.blogspot.com/2010/12/gli-auguri-e-la-predica-di-avvento-in.html

11/12/10

Sul NOVINFORMA c'è Un viaggio straordinario ...

Riporto dal NOVINFORMA:

Perchè mai Boldrin riporta una roba del genere ?
Semplice. Quel Mariano di cui parla l'articolo lo conosco. Conosco un pochino anche la sua famiglia.
Ha fratelli e sorelle. Sono tutti dei temerari... la sorella più giovane di quel Mariano lì poi è la più temeraria, avventuriera, ed eroica di tutta quella famiglia... Si. Perchè ha sposato...IL SOTTOSCRITTO !
Che dire, in fatto di temerarietà, forse buon sangue non mente ...


Davide Boldrin

E' On-Line l'ultimo numero di NOVINFORMA

E' On-Line qui


L'ultimo numero di NOVINFORMA.

All''interno troviamo anche:

Gli Interventi dei gruppi Consiliari



E qualche richiesta:



23/11/10

E i Cattolici si integrano(?) al CAIRO...

Data l'aria brutta che tira a Novi di Modena, ho pensato di riportare sempre una cosa della robaccia che leggo....
Davide Boldrin


Tracce N.10, Novembre 2010


COPERTINA - IL MEETING DEL CAIRO

«Avete illuminato l’Egitto»

Davide Perillo

Gli abbracci tra gli ospiti, i volontari, i canti a fine serata. E gli incontri, i concerti, le mostre... Il Meeting, insomma. Ma sotto le Piramidi. Il 28 e 29 ottobre, un avvenimento ha messo in dialogo professori musulmani e futuri cardinali, giuristi ebrei e decine di studenti. Con un filo rosso: la domanda di senso. E la bellezza



Sono in tre, vestite all’occidentale ma con il velo sulla testa. Una accanto all’altra, qualche poltrona più in là della tua. Avranno sì e no vent’anni, come tanti qui in sala. Una prende appunti, le altre due no. Ma quando Marco Bersanelli, l’astrofisico dell’Università di Milano che ha parlato della Via Lattea, cita Leopardi e il suo Pastore errante, accade tutto in un istante. Due mani che si infilano nelle borse, a rovistare in cerca di carta e penna. Ora scrivono tutte e tre, in fretta. Con le facce sorprese e spalancate di chi non vuole perdersi nulla della novità che ha davanti. Le guardi, e la domanda che ti gira in testa da ventiquattr’ore, da quando hai incrociato i sorrisi e l’accoglienza dei volontari in polo blu che ti aspettavano in aeroporto come se il tuo essere lì fosse un regalo per loro, viene a galla con tutta la sua potenza. Che cosa sta succedendo? E come è possibile, qui?

Qui è il Meeting del Cairo, Egitto. Tema: «La bellezza, spazio del dialogo». Avevamo già raccontato la storia. L’idea, spuntata in una serata tra don Ambrogio Pisoni, responsabile di Cl per il Medio Oriente, Wael Farouq, docente all’Università americana e presenza fissa del Meeting di Rimini, e un gruppo di suoi amici colpiti come lui dalla kermesse riminese. E lo sviluppo, perché man mano quello che sembrava un incontro per addetti ai lavori stava diventando un gesto imponente: gli inviti, i volontari, le sale più grandi... Ne avevamo parlato, insomma. E un po’ ce lo immaginavamo. Ma quello che si vede in questi due giorni di fine ottobre è fatto apposta per sorprendere, per sbaragliare le previsioni. Di solito, cose così le chiamano “eventi”, con un’enfasi che quasi mai corrisponde alla realtà. Qui no. È davvero un avvenimento. Qualcosa che vale la pena seguire fino in fondo. Facendo i conti con tutto, ma senza la pretesa di aver capito tutto. E senza cambiare strada, perché in quel percorso c’è qualcosa di misterioso. Da riconoscere e a cui, in qualche modo, obbedire. Semplicemente.

Lo aveva detto anche Farouq, accogliendo i primi amici sbarcati da Rimini un po’ ospiti, un po’ supporter del “fratello minore” egiziano: «Che cosa mi aspetto? Non so quali saranno i frutti, ma sono curioso di vedere cosa succede qui». Curioso lui, e gli altri del comitato organizzatore, che ha lavorato per settimane in uno scantinato («ma all’inizio le riunioni le facevamo intorno a una macchina») allargandosi per passaparola: il giudice che imbusta gli inviti, il manager che smista le telefonate, il procuratore legale che rispolvera il suo passato giovanile da guida turistica... E amici, parenti, amici degli amici. Alla fine i volontari saranno più di duecento. Coordinati da Wael e gli altri “magnifici tre”, come li chiameranno tutti a fine Meeting: Hosam Mikawi, giudice (quello che a Rimini, un anno fa aveva detto: «Qui sono rinato»), Abdel Heneish, imprenditore, e Tahani al-Jibaly, sua moglie, vicepresidente della Corte costituzionale e neopresidentessa della manifestazione egiziana.



Stucchi e drappi. È suo l’intervento principe della prima serata, nell’Aula Magna dell’Università del Cairo. Sembra un teatro. Stucchi, drappi, duemila poltrone. Un secolo e rotti di storia e un passato recente altrettanto importante: da qui Barack Obama, a giugno 2009, ha lanciato il suo appello al dialogo con l’islam. E qui vedi Farouq fare gli onori di casa, la al-Jibaly parlare di «una promessa che si compie» e di «Allah che è bellezza», Emilia Guarnieri raccontare il Meeting e l’amicizia con gli egiziani. Ed è sullo schermo accanto al logo nuovo, che accorpa la colomba riminese e le Piramidi, che vedi scorrere a sorpresa, in un documentario, i volti che hanno fatto trentuno anni della tua storia: don Giussani e Giovanni Paolo II, Madre Teresa e Ionesco, Rose e i carcerati di Padova... Il Meeting, insomma.

La cronaca più dettagliata degli interventi la trovate su Tracce.it. Ma vale la pena raccontare la platea. Dove spunta Joseph Weiler, il grande giurista americano (ebreo) accanto a un drappello di ministri egiziani. Dove Antonios Naguib, patriarca di Alessandria dei copti cattolici e prossimo cardinale (il Concistoro sarà il 20 novembre), all’intervento della Guarnieri si gira verso Pisoni e fa: «Si vede che è commossa». E dove imprenditori e giornalisti, tonache e telecamere si mescolano a gente comune, semplice. Un migliaio di persone, forse più. Accolte da drappelli di ragazzi in polo blu.

Sono i volontari, appunto. Uno spettacolo nello spettacolo. Una trentina di ragazzi italiani, quasi tutti universitari (molti studiano arabo, altri sono arrivati per dare una mano), il resto egiziani. Giovani, come Mary e Sarah, che ti hanno atteso in aeroporto (la prima è l’unica ciellina del Cairo, l’altra è musulmana). O più avanti negli anni come Hariri, che lavora in tribunale, è cugino di Hosam e ti fa da cicerone mentre attraversi il caos del Cairo in pulmino. C’è una familiarità che non ti spieghi, con loro e tra di loro. Inaspettata, perché a prima vista tutto allontanerebbe: lingua, cultura, abitudini. Eppure c’è. Genera facce da Meeting, simili a quelle che hai visto a Rimini per anni. E scene da Meeting. Gli abbracci. I sorrisi. Le cantate di gruppo a fine serata. Più tutto quello che ti racconteranno dopo, dalla cena al consolato italiano agli scambi di email.

«No, non si è mai vista una cosa del genere», conferma Farouq: «Qui il volontariato si fa, ma solo per motivi religiosi. Non per eventi come questo». E invece ti trovi in macchina con una coppia di autisti come Waleed, 28 anni, impiegato in un’agenzia di assicurazioni, e Serim, il suo capufficio, che di anni ne ha 32 e ha una moglie «con un bambino in pancia da cinque mesi», anche lei volontaria. Ne valeva la pena? «Certo. Siamo interessati a capire cosa pensate voi. E poi un evento così è l’occasione per far vedere che l’Egitto non è in ritardo. Ci siamo. E siamo capaci di fare cose belle». Ma basta scavare un po’ per arrivare alla scoperta vera. «Il lavoro di solito si valuta in base ai soldi. Be’, quello che vediamo lavorando qui è più importante dei soldi. Questa è la bellezza». Ma perché il Meeting è bello? «Ne abbiamo parlato tra noi», risponde Waleed: «Incontrandovi abbiamo imparato molto. La serietà nel lavoro. La puntualità. L’ordine». Te lo ripetono in tanti, dei volontari. «Ma tra loro si dicono anche quello che io dico a me stessa», spiega Martina, che l’arabo lo parla bene ed è stata tra i factotum italiani della manifestazione: «Dove altro si può parlare di verità e bellezza come succede qui?». Lì capisci meglio la frase che ti ha tradotto al volo, poco fa: «Sharraftu Masr», qualcosa tipo «avete onorato l’Egitto, l’avete illuminato con la vostra presenza». È un saluto tradizionale, per carità: non c’è da montarsi la testa. «Però ce lo ripetono spesso».

Seconda giornata. All’Opera House, stavolta. Nell’isola di Zamalek. È il cuore del Meeting cairota. Quattro incontri (sul “gemello” riminese, con Emilia Guarnieri e Tarek Farag, volontario all’ultima edizione; sulla Via Lattea, con Bersanelli; sul cuore e il desiderio di grandi cose, con Jean François Thiry e Saeed al Wakeel, della Cairo University; e sul tema del Meeting, con l’urbanista Samir Gharib e Pisoni), un filo rosso che don Ambrogio riprende con chiarezza («siamo qui perché siamo uomini feriti, commossi da una bellezza. Una strana bellezza che non lascia tranquilli, un ordine cercato e riconosciuto, una passione per il tutto e per il particolare, un’apertura senza confini e pregiudizi...»). E, ancora, tanti fatti imprevedibili.



Cintura di sicurezza. Sul palco a tradurre, per esempio, c’è Abdel Fattah Hasan. L’hai conosciuto la sera prima. Italiano fluente. Ti ha raccontato dei suoi trascorsi romani, di quando, da imam vicario della moschea ai Parioli, fece la prima predica dopo l’11 settembre citando il Corano («chi uccide un solo uomo, uccide tutta l’umanità»), della passione per Foscolo e Cavalcanti, della carriera politica (è deputato indipendente, nel Parlamento uscente). Scoprirai dopo che è vicino ai Fratelli Musulmani, l’organizzazione islamista. Ma intanto è lì, a tradurre i salmi citati da Bersanelli e Pisoni che parla di don Giussani e della Bellezza che «si è fatta carne e ci ha posto questa domanda: “Che cosa state cercando?”». «Incontri così sono una cintura di sicurezza contro il rancore che assedia il mondo», dice Hasan. Parole simili a quelle di padre Claudio, comboniano che è stato qui dodici anni, prima di tornare a Roma per fare l’economo dell’istituto, ma è tornato al Cairo apposta per il Meeting: «Come per incantesimo, cadono barriere che sembravano impossibili da abbattere». O da suor Rachele, brianzola di Biassono trapiantata in Egitto dal 1965. Una che le umiliazioni e le fatiche dei cristiani in queste zone le conosce bene. «Se parti dalle religioni non arrivi da nessuna parte», dice, sorridendo: «Ma se parti dagli uomini, sì».



Una domanda stampata. Ecco, l’impressione netta è questa. È come se l’idea stessa del “dialogo tra religioni” fosse spazzata via, per lasciare spazio alla realtà: uomini che dialogano davvero proprio perché religiosi, cioè appassionati al cuore, alla domanda di significato. Alla bellezza. Come quel signore distinto che resterà senza nome e in una pausa intavola una discussione con la Guarnieri. L’inglese è improbabile, ma ci si capisce. «Ha parlato di certezze e lotta al relativismo. Mi spiega meglio?». Lei spiega. Lui annuisce. E se ne esce con una frase tipo: «Ho capito. Qualsiasi cosa che ostacola l’immaginazione dell’uomo è da combattere...». A modo suo, sembra don Giussani e la «categoria della possibilità», quella che tiene la ragione spalancata al Mistero. Altro tratto di evidenziatore su una frase sentita prima, da un amico egiziano: «Stiamo guardando le cose con i vostri stessi occhi».

Il concerto finale è l’apoteosi. Di ciò che accomuna e di ciò che distingue. Trio Schubert e musica classica, dentro le mura della Cittadella del Saladino. Tutti tesi ad ascoltare il bello (Brahms, Paganini, Dvorak), molti pronti a riconoscere che è solo parente dell’altra musica, quella suonata la sera prima dal gruppo Sama’a. Cori e polifonia orientali intrecciate con melodie “nostre”. Belle anche quelle, ma diverse. Senza quella nota di malinconia che riecheggia, per dire, nel secondo movimento del Trio di Schubert, presentato come «uno dei brani più amati da don Giussani». È lì che ti rendi conto di quanto quel nome sia stato citato di continuo, in questi giorni. Sopra e fuori dal palco. Negli interventi italiani e in quelli in arabo. Di quanto sia vivo, don Giussani. Presente. Più che mai.

Esci accompagnando con lo sguardo lo strano terzetto che rientrerà in albergo a piedi, e che in qualche modo è un simbolo (Andrea Simoncini, costituzionalista italiano e cattolico, e il musulmano Farouq accompagnano l’ebreo Weiler: è shabbat, e lui non usa la macchina), e spunta subito la domanda che leggerai dovunque la mattina dopo, mentre si viaggia verso l’aeroporto. Stampata sulle facce degli altri. O infilata tra le righe dell’email che Farouq spedirà a Marco Aluigi, responsabile degli incontri del Meeting, quello che anni fa era venuto a trovarlo qui al Cairo assieme a don Ambrogio ed era tornato a Rimini dicendo ai colleghi, semplicemente: «Siamo diventati amici!»: «Ci avete attaccato il virus dell’amore», scrive Wael: «Rivediamoci presto. Bisogna che i volontari facciano loro lo spirito del Meeting». Rivedersi, chiaro. E in fretta. Ma che cosa succederà adesso? Come andrà avanti quello che è iniziato qui? E l’amicizia tra quei ragazzi, la vita di Mary, il legame con i ciellini di Alessandria? Che impatto avrà sulla vita pubblica e sulla Chiesa questo Meeting?

Pensi. Immagini. Insegui con la mente i primi effetti visibili, come l’email di Ahmed Hady, astrofisico dell’Università del Cairo, che dice di «voler organizzare un incontro a Luxor, magari a marzo», o la poesia che Karim, uno dei volontari, fa avere a don Ambrogio (scherzosa, in rima, parla degli amici italiani che tifano Inter e se si parla di Champions dicono «yes we can», ma chiude dicendo: «Ho incontrato gente che mi ha fatto sentire come uno di loro senza dire una parola»). Sei già un passo più in là, insomma. E grazie a Dio ti accorgi in fretta che sei già con un piede fuori strada. Proseguirà come è iniziata. Basta guardare e seguire. «Hai presente il giochino della Settimana enigmistica?», scherza Aluigi, ma non troppo: «Unisci i puntini coi numeri e alla fine spunta il disegno». Qui i punti sono tanti, piazzati negli angoli più imprevisti della pagina. E il disegno è ancora un abbozzo. Ma la firma, quella sì, si legge bene. E non è nostra.

19/11/10

Un brindisi in Paradiso

Ogni tanto posto un pò di quella robaccia che leggo io, se essa ( a mio avviso..) può essere interessante per tutti. Sapete com'è. Non leggo sistematicamente REPUBBLICA & C..  ma solo perchè non ne ho il Tempo. Non perchè quando leggo SCALFARI mi viene il rigetto. No.No.

Davide Boldrin

Fonte: http://www.tempi.it/cultura/0010430-un-brindisi-paradiso

Un brindisi in paradiso

Niente noia, molti amici, festa permanente. La vita eterna com’è e come arrivarci, un’indagine sull’aldilà del portavoce dell’Opus Dei attraverso gli indizi disseminati nella dottrina cattolica e le parole di san Escrivá


di Pietro Piccinini

Qualche esimio elzevirista lo ha presentato come il controcanto all’ateismo da bar di Piergiorgio Odifreddi. Non si capisce se sia un complimento o uno sberleffo. In ogni caso Preferisco il paradiso, il libro fresco di stampa di Pippo Corigliano, non merita di essere accostato allo sputazzo anticattolico di un ex seminarista passato alla miscredenza per mancanza di prospettive. Non lo merita innanzitutto perché non è una noiosa lezioncina. È un generoso tentativo di testimoniare in prima persona che si può vivere cristianamente senza rovinarsi l’esistenza. O meglio, che se non ci si vuole rovinare l’esistenza conviene vivere cristianamente.

Ingegnere cresciuto tra Napoli e la Calabria, Corigliano dirige l’Ufficio informazioni dell’Opus Dei di Roma dal 1980 e aderisce alla prelatura personale di san Josemaría Escrivá de Balaguer dal 1960. Dedicato a Dio nella forma del celibato apostolico, il portavoce dell’Opera è l’effigie semovente della joie de vivre che viene da una fede certa e genuina. Lui la descrive come uno stato permanente di innamoramento. Spiega a Tempi: «Ero convinto che il segno distintivo dei cristiani fosse l’essere colti, casti, sobri, modesti eccetera. Invece il cristianesimo che ho incontrato in san Josemaría è un’altra cosa. È lo stile del “comandamento nuovo” di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”».

Preferisco il paradiso. La vita eterna com’è e come arrivarci è una specie di manuale della redenzione scritto per «aiutare il mio amico lettore a trovare una via facile per la confidenza con Dio». Seguendo il percorso delle citazioni, delle immagini e dei ricordi messi in fila nella maniera più semplice e leggiadra possibile, sembra di vederlo, Corigliano, mentre annota estasiato le suggestioni dell’amico santo Escrivá, mentre conversa dell’aldilà con Leonardo Mondadori e Indro Montanelli, o mentre, ancora ragazzo, si tuffa felice nell’acqua blu dei faraglioni di Capri. È un libro pieno di canzoni e poesie, feste e grigliate di pesce, letture eclettiche e film da cineteca (su tutti La vita è meravigliosa e i Blues Brothers). Dove tutto è pervaso da un’incrollabile positività che per Corigliano è un chiaro frutto della fede. E della sua napoletanità, verrebbe da aggiungere, se il termine non evocasse oggi più che altro rifiuti e roghi per strada come nella Geenna degli ebrei.

La narrazione è personale, perché si tratta di un viaggio tra i segni delle “cose del cielo” scoperti dall’autore nel corso di una vita e che l’autore intende ri-scoprire insieme al lettore. «La morte è diventata un evento nascosto», scrive Corigliano. «La cultura dominante tende a rappresentarci la vita come un continuo stato di efficienza. La malattia è un incidente imprevisto così come la morte. “Non è giusto” si dice, come se nascessimo col diritto di campare fino a cent’anni in perfetta salute. In realtà siamo creature fragili che vivono un’avventura dove può accadere di tutto. (…) Avevo trentacinque anni quando morì mio padre. Quando mi sono trovato davanti al suo corpo senza vita ho avvertito, con tutta la durezza, la difficoltà di credere che mio padre stesse continuando a vivere. Mio padre non c’era più. Mi rimane nella memoria la scena degli impiegati delle pompe funebri che lo riponevano nella bara, con delicatezza, ma come un sacco di patate. Quella persona, che per me rappresentava un mondo, era ridotta in quel modo. L’unica possibilità di reagire era rifarmi a quanto Dio stesso aveva rivelato sulla morte». Infatti il libro procede per rivelazioni, per indizi, «indizi per l’aldilà» come li chiama Corigliano. E lo scopo dell’indagine è rispondere alla madre di tutte le domande: la vita ha un lieto fine? Sì, sostiene il portavoce dell’Opus Dei, e Gesù Cristo è venuto su questa terra proprio per confermarlo: «Il vero lieto fine è la risurrezione di Gesù. Non a caso nel giorno di Pasqua mi sento felice». Del resto «san Paolo non usa mezzi termini. O c’è la risurrezione o i cristiani sono dei falliti illusi».

Consigli per un’esistenza piena


Naturalmente non manca qualche “consiglio”, perché il paradiso bisognerà pur raggiungerlo in qualche modo, e soprattutto bisogna iniziare a viverne l’anticipo qui e ora. Quelle di Corigliano non sono regole, sono indicazioni per una vita piena (l’evangelico “centuplo quaggiù”). Si parla di lavoro e amicizia, famiglia e affettività. Con le «lezioni d’amore» di san Escrivá a far maturare l’«avventura della vita quotidiana». Non a caso è proprio l’amore l’ingrediente base del libro. E, a quanto pare, anche del paradiso: «Ci staremo da innamorati. Innamorati non soltanto di qualcuno ma innamorati dell’Amore». E visto che «stare in Dio sarà più che togliersi tutti gli sfizi della terra», Corigliano concede anche qualche indulgenza all’immaginazione. In fondo mica è un trattato teologico il suo. Così si scopre che questo papavero dell’Opus Dei si figura un “dopo” tutt’altro che monotono. «Il paradiso è l’opposto della noia, che invece è la caratteristica dell’inferno. Basta andare in una riunione di condominio» per farsene un’idea. Per avere un «anticipo del paradiso», al contrario, «è importante fin da questa vita saper far festa. Le persone che non sanno festeggiare vanno aiutate, perché c’è qualcosa che non va». Oppure si può pensare a Capri («il posto sulla terra che più si avvicina al paradiso»), o al «banchetto accuratamente preparato» descritto nel Vangelo da Gesù, «un brindisi in paradiso». «Un convivio, non certo un panino consumato da soli», perché lassù «ritroveremo le persone che amiamo, e anche quelle che non amiamo che, nel frattempo, saranno diventate amabili». Per Corigliano, insomma, la felicità è una vocazione, già in questa vita. Il cristiano infatti è chiamato a «rendere affascinante il cristianesimo» lì dove si trova, nella situazione in cui è. Ecco il «punto chiave» del libro: «Il Signore vuole che ognuno di noi sia un santo. È questo che ci chiede. Non la perfezione assoluta, che non ci sarà mai. Nel libro dei Proverbi si dice che il giusto cade sette volte al giorno… Ma il desiderio di esserlo sì, questo è possibile, sempre con l’aiuto di Dio s’intende».

Ma guardatevi dall’utopia

Solo, attenzione a non farlo impazzire, questo desiderio: potrebbe degenerare in utopia. Come Giuda nel Vangelo, così anche «noi cerchiamo il paradiso e lo vogliamo in terra. Cos’è stato il marxismo se non una promessa del genere? E la crisi economica ha fatto capire anche ai testardi che il sistema capitalista da solo non basta: ha bisogno di Dio, per dirla in breve. E quindi Gesù, questo fallito che muore solo, con la mamma e un discepolo adolescente, è ancora necessario. Lo è da duemila anni». Tanto è vero che la Chiesa – osserva Corigliano a Tempi – «è sopravvissuta all’Ottocento, il secolo della supponenza, così come al Novecento, il secolo della tragedia. Adesso siamo nel secolo del ridicolo e come sempre il cristianesimo avanzerà grazie alla santità di alcuni, ma il disastro che ci circonda sicuramente facilita l’impresa».

09/11/10

CHIESA/ Tornielli: Bagnasco non critica il governo, ma pensa all’impegno dei cattolici in politica

Fonte: http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2010/11/9/CHIESA-Tornielli-Bagnasco-non-critica-il-governo-ma-pensa-all-impegno-dei-cattolici-in-politica/125525/

INT. Andrea Tornielli martedì 9 novembre 2010


Il cardinal Bagnasco richiama i politici italiani al fatto che «non è più tempo di galleggiare» e subito si scatena la caccia al retroscena sui possibili significati di quell’indicazione in un momento delicato per le istituzioni italiane. Ilsussidiario.net ha intervistato il vaticanista de il Giornale, Andrea Tornielli, per chiedergli di leggere tra le righe dell’intervento del presidente della Cei.
Partiamo subito dalla frase su cui si è incentrata l’attenzione dei media, l’invito a non galleggiare. Che cosa intendeva dire Bagnasco?
Intanto, il discorso del cardinale Angelo Bagnasco era stato già scritto prima di domenica, quando il presidente della Camera, Gianfranco Fini, è intervenuto parlando del dibattito politico interno alla maggioranza. E quindi le parole del segretario della Cei non possono essere lette come un riferimento a quella presa di posizione, come se dicesse «questo governo sta galleggiando» o qualcosa di simile. Anzi, Bagnasco è stato molto attento a non entrare in indicazioni tecnico-politiche che non fanno parte dei suoi compiti. Più che altro il suo invito ai politici è stato quello di smettere di parlare di sé e di interessarsi dei problemi reali del Paese. Anche perché il rischio è che questo scadere della politica allontani sempre di più la gente.
Qual è quindi il contributo del discorso di Bagnasco nell’attuale contesto politico?

Continua su : http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2010/11/9/CHIESA-Tornielli-Bagnasco-non-critica-il-governo-ma-pensa-all-impegno-dei-cattolici-in-politica/4/125525/

13/10/10

Angelo Scola: perché la politica non sa più che cos’è la libertà?

Fonte : http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2010/10/13/L-INTERVISTA-Scola-perche-la-politica-non-sa-piu-che-cos-e-la-liberta-/119180/

Dalla crisi della politica italiana alla crisi finanziaria, dalla libertà delle iniziative sociali al compito dello stato, quello di cui oggi più si avverte la mancanza sono «ambiti comunitari di amicizia civica, di relazioni buone e di pratiche virtuose» dalle quali l’uomo possa oggi reimparare che cos’è il bene. A dirlo è il Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, ieri a Milano per presentare il suo ultimo libro, Buone ragioni per la vita in comune, insieme a Gianni Riotta, direttore del Sole 24 Ore, in un incontro pubblico organizzato dal Centro culturale di Milano.

Eminenza, in Italia c’è chi parla di “fine della politica”. Oggi il “bene comune” è avvertito come la cosa più necessaria, al tempo stesso è anche la formula più abusata e vuota. Da cosa dipende la sua crisi?

«Dal grave indebolimento delle relazioni personali all’interno della nostra società. L’uomo del terzo millennio è precipitato in un individualismo neutro esasperato, che non è più soltanto quello basato sulla pretesa di autonomia che ha segnato l’epoca moderna. Esso è invece un fenomeno di tipo nuovo, che porta l’uomo ad essere addirittura indifferente, nelle sue scelte, al bene e al male. Questo “uccide” la dimensione antropologica fondamentale dell’essere in relazione, senza la quale non solo la persona non pratica il bene, ma nemmeno lo impara».

Dunque non sappiamo più che la convivenza è un bene. Qual è la strada da seguire per riappropriarci di questa dimensione personale?

La persona reale vive sempre in un contesto comunitario. Così la società ha sempre bisogno dei due poli: dell’individuo e della comunità civile. È soltanto generando all’interno della società ambiti comunitari di amicizia civica, esempi di quella che Aristotele chiamava la philìa, che si può ridare sostanza ai rapporti e ritrovare in maniera più adeguata il gusto di fare il bene e di evitare il male. Per reimparare il bene, e cambiare questo tessuto sociale litigioso e infiacchito, abbiamo bisogno di relazioni buone».


Nel panorama a volte desolante della scena politica, quando qualcosa non funziona si punta il dito contro il mancato rispetto delle regole. Esse sono in grado di restituirci una vita buona?

«Si può rispondere partendo dalla grande affermazione di Eliot, là dove afferma che l’uomo si illude spesso di costruire società così perfette che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono. È chiaro, come diceva San Tommaso, che la legge ha come scopo di educare al bene e alla virtù, e quindi il rispetto della legge è fondamentale. Ma il problema è che io devo ogni volta essere richiamato a ciò che mi fa percepire il rispetto della legge come un valore; a ciò che non fa prevalere su di esso la mia fragilità. Qui ritorniamo al punto di partenza: per imparare a fare il bene sono necessarie relazioni buone».

Senza di esse dunque non capiremmo. Perché?

«La risposta sta nell’esperienza. Pensiamo alla nostra vita di bambini: quando la mamma mi sorride e dice “com’è bello che tu ci sia”, lentamente mi dà il senso di ciò che è bene e di ciò che è male. Mi spalanca ad una vita come promessa, dandomi la ragione per osservare la legge. Perché la legge, e lo diceva già San Paolo, ha bisogno di essere “personalizzata”, in modo tale che l’uomo diventi legge a se stesso cioè interiormente capace di comprendere e di scegliere ciò che è bene».

Qual è la causa del processo di astrazione che ha spogliato la vita personale e pubblica?

Continua su : http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2010/10/13/L-INTERVISTA-Scola-perche-la-politica-non-sa-piu-che-cos-e-la-liberta-/2/119180/

17/09/10

Alla faccia dei moralisti

Questo articolo lo dedico alla faccia di chi dice che sono scurrile.....alla faccia di chi afferma che dato che sono cattolico, sono troppo agitato e carnale......alla faccia di chi pensa che credere in Dio e Gesu Cristo sia roba "fuori dal mondo.." alla faccia di chi si dice Ateo e Piange sempre, però pensa che gli altri dovrebbero essere depressi come lui/lei... ..mò ! ; 'Ndè a cagher!

Davide Boldrin

09/09/10

Gianpaolo Pansa: Napolitano ci pensi, o si vota o è guerra civile

Segnalo un interessante Punto di vista di Vista di Gianpaolo Pansa:

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2010/9/9/SCENARIO-Pansa-Napolitano-ci-pensi-o-si-vota-o-e-guerra-civile/111470/

INT. Giampaolo Pansa giovedì 9 settembre 2010



Ieri è stata un’altra giornata convulsa per Silvio Berlusconi. Bossi vuole le elezioni e ieri ha ipotizzato che la Lega potrebbe anche non votare la fiducia per aprire la crisi. Il premier però in serata è stato di un altro avviso: «ho il dovere di governare». Intanto Napolitano ha fatto sapere di non aver ricevuto da parte del premier e del capo della Lega alcuna richiesta di incontro. «Siamo di fatto già in campagna elettorale - dice Giampaolo Pansa al sussidiario - e se non si vota la situazione può solo deteriorare».



Berlusconi sembra in un vicolo cieco. Cosa può fare per uscirne?



L’unico modo è andare a votare subito, perché al punto in cui siamo la situazione può solo deteriorarsi. Non facciamo finta di non vedere che la ca....

Segui su : http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2010/9/9/SCENARIO-Pansa-Napolitano-ci-pensi-o-si-vota-o-e-guerra-civile/111470/




07/09/10

Comunione e...Fatturazione ?

Fonte: Uno dei settimanali che leggo, ovvero TEMPIhttp://www.tempi.it/

Davide Boldrin

La prima volta di Radio Popolare


L'emittente della sinistra milanese accende i microfoni per sentire “Comunione e fatturazione”.
E rimane stupita
di Lorella Beretta*

Inizio dalla politica e dagli affari, perché dalle mie parti il movimento di Giussani lo chiamano Comunione e fatturazione. Comincio da qui per lasciare poi spazio al resto di quello che ho visto e incontrato. E anche perché è la cosa più naturale in un’edizione dedicata all’economia, con ospiti di peso e con una mostra dedicata alla crisi, impossibile da vedere senza un minimo di fede visto che la coda è lunga a qualunque ora e l’attesa è peggio che alle casse dei ristoranti dentro i padiglioni della fiera di Rimini dove in decine di migliaia cerchiamo di mangiare in questi giorni di Meeting. File scomposte e caotiche, niente a che vedere con quella educata fiumana umana che in pochi minuti concluse la comunione dentro un Duomo strapieno ai funerali di Giussani, uno dei miei primi incontri ravvicinati con i ciellini. Un altro fu con Amicone che mi ha condannata ora a questo pezzo: ci conoscemmo alla fine di un incontro pubblico e quando sentì Radio Popolare prima mi chiese come andassero le cose a noi comunisti e poi volle sapere se mi era piaciuto il suo intervento. Gli risposi che non avevo capito niente, perché aveva parlato in ciellinese e quindi sono vicina a Michele Serra che la settimana scorsa scriveva su Repubblica del suo smarrimento di fronte alla prosa fiammeggiante e misteriosa impiegata da Giorgio Vittadini per criticare Famiglia Cristiana quando sostiene che l’importante è «valorizzare il desiderio più vero delle persone». Serra chiede soccorso perché Vittadini ci spieghi, lui che lo sa, cosa sia il desiderio più vero: «Fare quattrini, vedere la Madonna, andare a Formentera?» domanda con la solita penna puntuta.

Ah già, gli affari di Cl: io so che di soldi ne fanno tanti, quelli di Cl. Li trovi dappertutto, dalle uova alle mozzarelle, alle cooperative edili alla sanità. Non so se più o meno di altri, che pure ho visto felici di essere al cospetto ciellino o delusi di non esserlo. Quello che percepisci però è quella invidiabile e invidiata capacità di fare rete: una lobby, una massoneria, siamo abituati a definirla tagliando corto. La capacità di mutuo soccorso che interviene laddove c’è bisogno e diventa sistema. Quella è la forza che registri se ti fermi a guardare. Mi avvicino allora al cuore del comitato di affari, la Compagnia delle Opere, e mi imbatto in uno che poi scopro essere un dirigente dell’organizzazione e di cui non rivelo l’identità non avendone chiesto autorizzazione. Gli chiedo di Sergio Marchionne e mi dice che ha apprezzato alcune cose lette perché non ci è andato all’incontro ché mica si viene al Meeting per i big. Si fa ancor più cauto sulla Marcegaglia e su Confindustria in genere e quando lo interrogo su Giulio Tremonti mi guarda come fossi una matta, e mi spiega che è stanco della politica fatta a slogan e che nel confronto di alcuni anni fa del ministro dell’economia con il segretario della Cgil Guglielmo Epifani era più aperto al ragionamento e al confronto quest’ultimo che il primo. E in fin dei conti, all’applausometro vince con distacco Marchionne, mentre a Tremonti non son serviti nemmeno i tanti riferimenti alla famiglia.

Zona disagio?
Lo smarrimento politico del Movimento che da tempo mi sembrava di aver intuito qui al Meeting trova conferma nelle chiacchiere informali sull’autobus e nelle interviste vere e proprie: la politica, quella dei partiti, quella degli scontri e delle frasi a effetto, quella di oggi, al popolo di Cl non piace. Certo quando gli chiedi esplicitamente come facciano a stare dentro questo centrodestra, così poco incline alla carità cristiana e ai precetti della Chiesa, calano in un silenzio insoddisfatto. Del “contratto” elettorale firmato con loro hanno visto ben poche cose realizzate: come il difficile percorso verso la sussidiarietà, ora diventato tema di tutta la comunità cattolica e dell’agenda politica alle prese con la crisi. O le rassicurazioni per un federalismo fiscale premiante e non escludente. L’emergenza educativa e la formazione professionale, ripetono. «Chi oggi fa della politica la speranza, non può essere che disperato», sentenzia Luca Pesenti, docente di sociologia e direttore dell’Osservatorio sull’esclusione sociale della Lombardia. Indica nella mancanza dei partiti popolari l’impoverimento della vita del paese. E in effetti negli ultimi anni, ancor più dopo la scomparsa del Gius, Cl non ha più prodotto una nuova classe politica: sono rimasti il Presidente Formigoni, seguito e applaudito come una star della tv cui son concessi fuori programma e giacche dai colori sgargianti, l’europarlamentare Mario Mauro, e il berlusconiano Maurizio Lupi. Ed è invece vero che Cl abbia investito e sia cresciuta sul fronte economico in tutti i settori e che proprio su questo spinga per una serie di cambiamenti in materia fiscale e di welfare. E infatti i nomi più importanti della grande industria e della finanza erano a Rimini, in questi giorni, tra i più attesi in particolare dai giornalisti rimbalzati da un padiglione all’altro facendosi largo tra migliaia di persone che invece andavano altrove. Dove?

“Il giudizio incomincia nei dettagli che lo scrittore vede e in come li vede” leggo su uno dei pannelli della mostra dedicata alla scrittrice Flannery O’Connor. Non mi piacciono gli incipit virgolettati e così non ho iniziato da questa frase che mi ha richiamata mentre vagavo alla ricerca di un particolare che mi regalasse l’ispirazione per queste righe. Non volevo cadere nel catino di astio o di devota adorazione con cui di solito si scrive di Cl. Volevo partire dalla realtà. E allora mi cattura lo stand di Avsi con le collane di perle di carta riciclate confezionate dalla donne ugandesi. Mi fermo a parlare con le Famiglie per l’accoglienza e mi raccontano dei loro progetti e devo chiederglielo io di lamentarsi un po’ per le cose che non vanno con le istituzioni disattente all’affido dei bambini in difficoltà.

I ciellini ci ascoltano...
Saluto nello stupore reciproco ascoltatori di Radio Popolare, e ex affezionati. Vedo giovani volontari distrutti dalla fatica e dal caldo, altri ai dibattiti, altri al sole per una sigaretta, e ancora tantissimi ovunque. Ragazzi come quelli che hanno curato la mostra più visitata sull’Ulisse di Dante. E alla fine forse mi colpisce più di tutto la storia delle testimonianze, non solo per i contenuti ma anche per il metodo. L’esempio è più forte della migliore oratoria, ripasso una convinzione sedimentata. Di questi incontri mi arriva forte alla testa quello con Maurice David Frank, nativo d’America, abusato da un prete. Ecco, sentir parlare senza remore di questo argomento frantuma una delle mie certezze, cioè che la comunità cristiana non voglia parlarne per non mettere in discussione le proprie autorità. Chi mi sta affianco mi spiega che non c’è motivo di aver paura dei peccati degli uomini, anche quando son preti. Tra tante chiusure che non capisco, come gli applausi a chi incita a non vendere più Famiglia Cristiana nelle chiese, l’incontro con la variegata e monolitica galassia di Cl educa a un’apertura che produce domande e cerca risposte: “vagliate tutto e trattenete ciò che vale”. E per non sbagliare porto a casa il grembiule da cucina sul quale a imperitura memoria è stampato “Dio c’è, ma non sei tu: rilassati”.

* inviata per Radio Popolare al Meeting

18/08/10

Elogio della vecchia politica


Riporto e Pubblico Questo questo articolo di ROBERTO FONTOLAN del 12 Agosto, in omaggio a FRANCESCO COSSIGA.

Davide Boldrin


FONTE: http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2010/8/12/Elogio-della-vecchia-politica/105666/

Giovedì 12 agosto 2010

E poi si continua a sostenere che la vecchia politica, altrimenti detta “Prima repubblica”, era peggio. Ma oggi possiamo ricordare con nostalgia le lotte leonine tra Craxi e De Mita, condotte a viso aperto e con vigore ideologico. E la bagarre democristiani-comunisti dei primi anni ‘70 o quella comunisti-socialisti degli anni ‘80.Come le grandi (e qualche volta grandiose) drammaturgie delle correnti scudocrociate, bollate come “teatrino” dai nuovi leader che avrebbero voluto e dovuto “cambiare tutto” (mentre in questi anni, soprattutto gli ultimi, paghiamo il biglietto per operette con trame sempre diverse e finali sempre uguali).
Quanto vorremmo assistere a una di quelle epiche querelle tra fanfaniani e donatcattiniani, piuttosto che alla odierna maniacale messa in scena del processo di Montecarlo. Fa persino tenerezza ripensare alle notti brave romane dei “precursori” Renato Altissimo e Gianni De Michelis, oggi catalogabili come cose da educande.
E che dire dei governi balneari, tecnici, di transizione, ponte, mono e bicolori, preambolisti o di unità nazionale, quadri e pentapartiti, di sviluppo e di contenimento, riformisti e di prospettiva: formule partorite da quella fertilissima fantasia dell’Italia che fu - e alle quali molti sono tornati in questi giorni di furori e rancori per cercare un barlume che scacci la notte delle elezioni anticipate (altro tipico rito del passato).All’epoca la gestione anche feroce del potere era accompagnata da cultura istituzionale raffinata e da un interesse profondo per le questioni fondamentali di contenuto - si pensi a una Dc lombarda riunita ad ascoltare don Giussani. Nel passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica tutto quel mondo, che certo presentava crepe e scricchiolii, doveva venire soppiantato da un moderno riformismo liberale e dalle sue parole d’ordine: drastica riduzione dello Stato, meno tasse, libertà individuali e imprenditoriali, meritocrazia. Ma col senno di poi avremmo imparato che il fervore politico di quella fase era l’ultimo lascito del mondo vecchio, non l’alba di quello nuovo, che alla fine non abbiamo ancora visto. Qualche giorno fa, quindici anni dopo quella stagione di rivoluzioni annunciate, Angelo Panebianco sul Corriere della Sera ha posto un tema di nevralgico interesse mettendo a confronto le tre prospettive di sistema che ancora oggi si confrontano confusamente: presidenzialismo, parlamentarismo, federalismo.Quindici anni dopo, cioè, i nodi non sono sciolti, ed è preoccupante rilevarlo, ma è soprattutto triste notare che nessuno dei nostri leader politici ha ritenuto interessante intervenire sull’argomento, impugnare una riflessione, dichiarare una prospettiva, esprimere una idea di nazione (sembrano troppo presi dalla madre di tutti i regolamenti di conti, a colpi di Dagospia, e dalla corsa alla ricollocazione dei dirigenti Rai). Sarebbe bello lo facessero al prossimo Meeting di Rimini, dove in tanti come tutti gli anni vogliono partecipare: quale migliore opportunità per i Tremonti, i Calderoli, i Letta, i Maroni e tutti gli altri ministri e governatori e sindaci per confrontare con un popolo che ama la “res publica” le loro idee per l’Italia? Vorremmo tornare a respirare un po’ di vecchia, sana politica.

16/08/10

Ma davvero il Socialismo Reale non esiste più ?

Dato che a NOVI e dintorni rimpiangono il COMUNISMO, e qualcuno afferma che era una Cosa giusta e bella per tutti, che dove è rimasto, tutto sommato si sta bene.....Ricevo e Pubblico.
Io a CUBA per fortuna non ci sono mai stato, per 2 Ragioni. La prima "i schei" , la seconda è che io sarò uno di quelli che chiederà la Tessera del PD o del partito di sinistra che è in voga in quel momento, se saprò che stò per morire...(è una famosa barzelletta..)
Davide Boldrin

Le ferie? Fatele a MATANZAS...

1. Occhiali da sole per... non vedenti

Chi va a Cuba per ferie, di solito cerca il sole e il mare. Capita però che, una volta sul posto, magari mentre fa il bagno, sia incuriosito da alcuni strani comportamenti - come il sentirsi proporre le treccine ai capelli perché "non ho il permesso per farle a riva" -, inizia a farsi domande sulla vita quotidiana a Cuba.

Già: a Cuba non si lavora senza permesso statale ma, purtroppo, la nostra esperienza del vissuto quotidiano cubano si limita a qualche scambio di battute con il barista, il cameriere o con il giardiniere che furtivamente e con timore gli propone una noce di cocco per un "peso convertibile" (CUC). Insomma, accade che il turista non si renda conto di venir collocato in un'oasi artificiale, resa il più possibile simile al suo stile di vita, ma del tutto diversa da quello degli abitanti dell'isola.

Eppure, il primo dubbio dovrebbe venirgli appena sceso dall'aereo, quando ha bisogno di comprare una qualunque cosa: il turista deve usare il "peso CUC", che è proibito al cittadino cubano. Non si tratta solo di un modo con cui il regime lucra sul cambio valuta, ma anche di un sistema per controllare i suoi movimenti sull'isola e gli extra dei cubani che sono a contatto con i turisti.

Forse nemmeno ci si accorge che in ogni Hotel, anche partecipato da società estere, vi sono tre tipologie di vigilanza: personale che gira - anche in spiaggia - in camicia bianca, cravatta e telefono di servizio; polizia di Stato stanziata nei paraggi dell'Hotel che interviene in pochi minuti su richiesta degli uomini in camicia bianca; polizia segreta mescolata al personale di servizio, con compiti soprattutto di sorveglianza del personale.

Ma tant'è: la bellezza del luogo, l'amabilità degli isolani e il pensiero delle meritate ferie non permettono al turista di cogliere immediatamente tanti particolari significativi, come quello del passaggio attraverso un apparente casello autostradale, che è in realtà un posto di controllo per identificare chi accede alle cittadine costruite per noi "capitalisti", dal costo inarrivabile per un cubano che non sia membro della Nomenklatura, un campione sportivo o simili.

Iniziamo allora dalla parte a mio avviso meno importante: quella economica.

2. Non povertà ma miseria

Il Pil procapite potete trovarvelo in rete: Cuba è subito dopo la Bolivia (socialista) e prima dell'India (socialista): siamo quasi ai livelli di Haiti

I cubani hanno in pratica tutti lo stesso salario, corrispondente a ca. 25 euro mensili, che sono sufficienti ad acquistare i generi di prima necessità. La settimana lavorativa è quasi per tutti di 6 giorni per 8 ore.

La quasi totalità del popolo vive, insomma, non in povertà ma nella miseria, con la sola eccezione di chi riceve mance dai turisti, che fanno davvero cambiare la qualità della vita. Così, ingegneri, medici, ecc. fanno a gara per fare i barman o i camerieri: uno dei pochissimi reati che un cubano compie è quello di "rendere inabile" chi lo precede nella graduatoria statale per quel tipo di lavoro.

Tuttavia, chi non vuole vedere obietta: "ma non hanno spese, è tutto pagato dallo Stato!". Certo, ma con che qualità della vita?

Lo stupore di un sedicenne canadese che si trova circondato da tre bellissime e sculettanti quattordicenni locali la dice lunga: sposare lo straniero è il modo più facile per uscire dalla schiavitù socialista.

Persino nella capitale, città quasi senza controlli, basta aggirarsi un'oretta per rilevare le condizioni di degrado e schifo delle "case per tutti" promesse dal socialismo.

Restiamo all'Avana, mercati ortofrutticoli centrali; solo quattro i prodotti in vendita su tutti i banconi: zucca, avocado, banane e lime (quasi tutto marcio).

Non volete sporcarvi le Nike camminando per i vicoli de La Habana Vieja? Basta togliersi gli occhiali da sole mentre si viaggia sul Bus "dorato" per turisti per notare che la "casa per tutti" è spesso fatta con la cassetta della frutta. Ancora: solo due case su tre hanno (ancora!) la cisterna d'acqua di cemento sul tetto e tre su quattro l'antenna della televisione. Non parliamo poi dei paesi dell'interno, come Cardenas, in cui alcuni "turisti non-standard" non hanno nemmeno avuto il coraggio di scendere dal taxi.

Ah, già: i trasporti. A Cuba non c'è il problema del parcheggio e del traffico: quasi nessuno ha un'auto propria (1). I bus sui quali siamo costretti a viaggiare noi turisti - per la paura di essere scoperti non ci hanno fatto salire sul bus per operai neanche alla vista di qualche bella banconota - per i cubani hanno un prezzo stellare: il socialismo, per loro, ha le "guaguas", dei vecchi omnibus dei tempi dell'Urss sul quale la gente viene accatastata come bestie. Le ferrovie risalgono all'epoca di Batista ma non vengono utilizzate, più sotto scoprirete il perché.

Per l'istruzione: ho udito un coraggioso parroco cattolico chiedere quattro volte durante l'omelia domenicale "sanità e istruzione conformi alla dignità umana". E' vero che l’istruzione è gratuita ma una volta conseguito il titolo, il giovane deve restituire allo Stato tutti i costi sostenuti con parte del proprio stipendio, anche per 8-10 anni.

Per la sanità: avendo bisogno di un antistaminico (Dexclorfeniramina, Made in India) e di un integratore salinico (Suero oral, Made in El Salvador) siamo volutamente andati a comprarli in un villaggio: siamo stati serviti subito, ma abbiamo ben notato cinque povere anziane sedute a 40° all'ombra con l'85% di umidità che venivano ignorate dalle farmaciste. Il socialismo non riesce nemmeno a fabbricare le medicine!

3. Cuba libre.

E’ un cocktail che si prepara con Rum bianco, lime e Cola (la Coca Cola è proibita, così come ogni prodotto made in Usa). Non è di questa "libertad" che voglio parlavi, ma di Cuba schiava: se siete cubani residenti nella Regione di Matanzas e volete andare a visitare una Regione limitrofa, dovete presentarvi venti giorni prima alla stazione delle guaguas con la carta d'identità, subire un interrogatorio, fare la prenotazione e tornare dopo due settimane per vedere se vi lasciano acquistare il biglietto.

Invece, i turisti possono uscire dalle loro "oasi artificiali" per visitare l'isola, ma le escursioni riguardano soltanto grossi centri e, di questi, alcuni punti ben limitati e definiti. Tutte si svolgono sotto la guida di personale ben istruito nei dogmi e nella storia della chiesa socialista.

Così, non ho faticato a convincere la mia buona moglie ad evitare le escursioni e - approfittando del fatto che sono madrelingua spagnola e che spesso vengo scambiato per indigeno - a visitare qualcosa di "non previsto". Non voglio essere troppo anti socialista e perciò non vi parlerò di Heredia in Camaguey, ma dell'importante e storica Matanzas, capitale di una delle tredici Regioni in cui è divisa l'isola: 150.000 abitanti a soli 90 Km da La Habana, raggiungibile addirittura via autopista.

Va detto che tutto quanto sopra già descritto (ad es. le vecchie cisterne per l'acqua) si applica ovviamente anche a questa grossa città.

Aggiungo che, a Matanzas, manca la corrente elettrica per sei ore ogni giorno.

Non abbiamo visto locali con aria condizionata, c'erano 38° con l'80% di umidità.

Non abbiamo visto alcun impianto di aria condizionata: i più derelitti dormivano buttati come cani sull'asfalto stradale o negli androni delle case. Se dalle Avenidas principali ci si avventura nelle stradine laterali si è nel massimo degrado: certo, oltre alle case fatte in lamiera o con le cassette della frutta, ve ne sono anche in mattone, ma risalgono all'epoca di Batista e - probabilmente per non aver avuto alcuna forma di manutenzione - sono fatiscenti. Ma abitate.

Peraltro, nei primi mesi dopo il colpo di Stato socialista del 1959, il regime espropriò tutte le proprietà private e solo alcuni anni dopo restituì alcune case confiscate. Così, esiste ancora chi possiede una propria abitazione, ma deve pagare allo Stato l'affitto per i primi venti anni e ad ogni passaggio di proprietà, anche per eredità.

Vi è un unico negozio che vende abiti occidentali: si può entrare in due alla volta e fuori c'è una coda di circa 80 persone. Così, un anziano occidentale firmato Armani, nel miglior ristorante di mattanza, trova la facile compagnia di due bellissime, una bionda e una mora.

Coda pure in farmacia, mentre è certo che i detenuti non hanno diritto all'assistenza sanitaria.

Nessun negozio di frutta e verdura; supermercati sporchi e infestati dalle mosche con solo una ventina di prodotti in vendita.

A Matanzas non abbiamo trovato nessuna edicola per acquistare l'unico periodico in vendita nell'isola: il mitico Granma (2).

Non esiste alcun internet café. Esiste però la possibilità di utilizzare gratuitamente - per un'ora al giorno e sotto sorveglianza - dei vecchi computer (senza accesso ad internet) per imparare ad usarli.

La televisione non l'hanno tutti, ma nei locali pubblici (quando c'è corrente elettrica) si possono vedere i tre canali statali e i due canali che trasmettono in lingua cinese la storia e la cultura del nuovo "grande paese amico": non è possibile vedere nemmeno la sinistrorsa CNN, né inglese né spagnola. Esistono anche reti televisive e radiofoniche locali, tutte sotto il controllo statale.

4. La Chiesa.

Giovanni Paolo II ha ricevuto Fidel Castro in Vaticano nel 1996 e ha ricambiato la visita nel 1998.

Purtroppo, poco tempo dopo, la Segreteria di Stato ha praticamente taciuto su tre fucilazioni e sulle condanne al carcere di 75 dissidenti a Cuba. Si è anche verificato uno scandaloso episodio, nel marzo 2003, di una decorazione fatta al terrorista Fidel Castro da parte della badessa dell'Ordine di Santa Brigida, con il suo contorno di baci e abbracci, sotto gli occhi della televisione cubana e del Cardinale Crescenzio Sepe.

La Chiesa Cattolica è, insomma, fortemente limitata nella sua pastorale: purtroppo abbiamo visto le chiese frequentate principalmente da donne di etnia ispana (le popolazioni nere pare siano progressivamente tornate alla stregoneria della "santeria"). A La Habana viene pubblicato un bollettino pastorale di commento al Vangelo della Messa domenicale, ma arriva nelle parrocchie della Regione di Matanzas dopo settimane.

Il clero ha scarsi strumenti di formazione ma ad alcuni è permesso di andare a studiare all'estero: sebbene sia comunque teologicamente confuso, ha ben chiara la condizione di schiavitù in cui versa il suo gregge e quando parla, parla chiaro e con coraggio.

Alcune chiese vengono restaurate dal regime, come la Chiesa di San Francesco il nuovo de La Habana: espropriata nel 1966 assieme al convento dei francescani, venne restituita nel 1988 (senza però il convento, che il regime si è tenuto). Ora i Padri vivono fuori città. Il regime ha anche permesso l'ingresso di due conventuali sardi, assegnando loro gratuitamente un'abitazione: ricevutala diroccata, è abitabile dopo quattro anni con lavori pagati dagli stessi Padri.

La Cattedrale di Matanzas è in rovina, chiusa da anni "per manutenzione": al contrario le tre logge massoniche di Matanzas - compresa la gigantesca La Verdad - sono vuote, ma in perfetto stato di conservazione. Stesso discorso per la maestosa sede del Grande Oriente Cubano, proprio di fronte alla Chiesa del Sacro Cuore de La Habana.

Concludo. Come a voi, capita anche a me di avere colleghi filo socialisti e altri più ingenui i quali sostengono che il socialismo sia finito: diciamo loro di fare le prossime ferie... a Matanzas!

David Botti
Il 13 agosto 2010, nell'84° compleanno del terrorista Fidel Castro



Bibliografia in rete:

1) http://tinyurl.com/34ybulk
Armando Valladares, Contro ogni speranza. 22 anni nel gulag delle Americhe. Dal fondo delle carceri di Fidel Castro
2) http://tinyurl.com/387od4v
Massimo Caprara, Che Guevara sconosciuto
3) http://tinyurl.com/castroguevara
Stefano Magni, Dalla dittatura di Castro e Che Guevara solo morte e povertà
4) http://digilander.libero.it/cubanos/
Profughi cubani, Prigionieri politici in sciopero della fame sparpagliati in prigioni diverse



Note.

(1) Il socialismo è inefficiente anche nella tecnologia; la dipendenza che un tempo era verso l'Urss ora è verso la Cina socialista: tutte le vecchie auto sono Usa degli anni Cinquanta o Lada degli anni Sessanta. I nuovi mezzi di trasporto sono quasi tutti Yutong e Geely.

(2) Il Granma prende il nome dalla Regione in cui Fidel Castro e altri 82 terroristi, sbarcando nel 1958 da uno yacht, diedero inizio alle stragi che portarono il socialismo al potere. Il numero dell'11-8-2010 dedica tutta l'ultima pagina (in tutto stampa sei pagine in formato A3) ai brillanti sforzi dei tecnici di Pinar del Río, che riescono quotidianamente a riparare ben 40 delle nuove cuocitrici multifunzione che il regime ha dato in sostituzione delle vecchie cucine a gas liquido e cherosene: peccato che si rompano tutte. Il progresso socialista colpisce anche in cucina!